[Romanzo a puntate] Haycinthe cap.4

Banne di Hiuko Majo

Forse non era stata una buona idea inscenare quella farsa da guitti, Andres stava cominciando a sospettarlo.

«Non ti mettere a fare il guastafeste adesso» bofonchiò César. «È stata una tua idea.»

«Vostra idea» fece Gaston ancora impegnato a sistemarsi il mantello che, a suo modesto parere, era un attentato al buon gusto civile. «Guarda come mi avete conciato: scommetto che questi tessuti sono infetti come le strade di qui. Che schifo, schifo, schifo. Continuerò a ripeterlo; prima mi è sembrato di vedere un tizio che si mangiava un topo

Damien, l’ultimo della combriccola, lo tacitò con un gesto impaziente. «E cosa vuoi scusa? Non è che il popolo può disporre di carne di tacchino a sera con un buon Château d’Yquem fresco fresco proveniente da Sauternes.»

«Non cominciare a parlarmi di vini, ora, che già ho tutta la gola secca. E piantala con questo populismo alla buona. Ci sono venuto a vedere la Parigi bassa, no? Se ora ce ne andiamo in un posto come Cristo comanda…»

«Se vuoi sentire la presenza di Dio non vedo posto migliore di questo» insistette Damien, cupo.

«Ah, ah, divertente. Io fino adesso ho sentito solo puzza di fogne.»

Andres si mise in mezzo. «La volete smettere? Così attiriamo l’attenzione.»

Quattro uomini a spasso per i vicoli sudici di Parigi, di cui uno continuava a lamentarsi dei vestiti infimi e della puzza. Se c’era qualcuno in grado di attizzare i bassifondi della città col suo comportamento da aristocratico in sordina quel qualcuno non poteva che essere Gaston Adhemar le Lavoisier: aristocratico fino alle viscere profumate di mughetto ed acqua di Cologna.

Andres si stava chiedendo perché avesse accettato di partecipare a quella gita clandestina. César de la Mothe, un tempo suo compagno all’Accademia, aveva detto che sarebbe stato interessante, un’interessante esperienza antropologica, fingersi popolani andando a fendere le tenebre della Parigi notturna e bassa senza lacchè e senza seguito alcuno.

Una boccata di feccia prima di risalire alla superficie, suvvia, baldi giovani, siamo o no cavalieri sprezzanti del pericolo e di qualsiasi convenzione? aveva detto.

Gaston non sembrava dello stesso avviso.

«È disgustoso, ecco la verità. Ora potremmo stare in una casa di piacere a fumare e a tangere le belle grazie di una bella riuscita della natura e invece siamo qui con le narici assuefatte di tanfo.»

«La finisci di lamentarti? Eri tutto eccitato prima!» sbottò César, esasperato.

«Perché mi annoio dei soliti divertimenti e quindi pensavo che si potesse fare qualcosa di diverso una buona volta, tanto più che è tornato Andres e ci voleva una bella serata, ma così… La noia è una signorina dura da soddisfare, ma la preferisco a questa puzza, statene certi!»

Gaston poteva essere molto irritante, quando lasciava a casa i suoi modi di damerino altezzoso. Tra tutti era Damien du Chatelet-Raven a non sopportarlo.

«Perché non te ne vai, allora? Vai alle tue case di piacere e ai tuoi vini. La tua presenza non è indispensabile.»

«Andare via? Senza una scorta? Neanche morto! Qui mi ammazzano.»

«Se non fai capire di essere un aristocratico…»

«Oh, certo, con questi vestiti balordi nessuno mi ci scambierebbe.»

«Basta che fiati e se ne accorgono subito» s’intromise Andres. «Oppure se ti avvicini troppo. Puzzi peggio di una damigella di Corte, Gaston.»

«Hai qualcosa da ridire sul mio profumo? È il più apprezzato a Versailles, sappilo.»

Gaston Adhemar le Lavoisier era un abitudinario di Corte, primogenito del governatore dello Champagne, ballerino provetto, versato nel gioco, nella moda e nella caccia – di donne, non di animali –, dotato di un fascino ozioso e indolente che innervosiva grandemente Damien du Chatelet-Raven, il quale era tutto il contrario di lui. Alto, segalino, l’aria ascetica e rigida di un monaco o di chi ha deciso di immolare la sua vita ad un’idea. Per quanto ricco e appartenente ad una famiglia prestigiosa – era imparentato con la grande Émilie du Châtelet –, vestiva in modo dimesso e andava focosamente contro i privilegi di classe, con un tale fervore e una tale assennatezza che si sarebbe detto l’avesse assunta come una missione. Per chi o per che cosa Andres non lo aveva capito, ma lui, in effetti, di certe questioni non s’interessava.

La politica era ancora peggio della filosofia a suo parere. Creava un tasso di mortalità più alto.

Gaston continuava a borbottare. «Mi pare che vi siate messi tutti contro di me.»

«È perché stai cercando in tutti i modi di sabotare la serata» sbuffò César, che era il più calmo, l’unico in grado di appianare le divergenze tra Gaston e Damien. «Vogliamo ancora star qui a perdere tempo in battibecchi? Non è neanche mezzanotte, andiamo in un’onesta locanda e…»

«Spero ci sia del vino decente, non dell’acqua colorata di rosso.»

«Vediamo, Gaston, vediamo. Se non provi come lo sai?»

In quel momento passò una pattuglia di uomini in arme per la via angusta. Non li degnarono di un’occhiata. Le poche lanterne spandevano un alone lugubre sulla strada, fioco e inconsistente.

«Ci sono delle guardie, hai visto? Non è così pericoloso.»

«Se ti affidi alla polizia parigina sei messo male» borbottò Damien tra i denti.

«Non dire così che Gaston si spaventa » sghignazzò Andres.

Il diretto interessato gli lanciò un’occhiataccia. «Io non sono un vile, sono solo prudente. Mi avete trascinato in questa incoscienza con la forza: ditemi voi quali sono gli altri pazzi dell’alta società che se ne vanno in giro a Parigi di notte, senza scorta, senza lacchè, col rischio sicuro di essere derubati o ammazzati o peggio.»

«Gaston nemmeno mia sorella ha tutte queste paturnie!» sbottò César.

«Tua sorella ha sette anni, mi risulta.»

«In realtà dieci.»

«È lo stesso, è ancora nella categoria dei fiori da non esser colti, quindi non m’interessa. La verità è che io sono l’unico con un po’ di sale in zucca tra voi incoscienti.»

Andres se la rideva, intimamente. Era vero che lui non conosceva abbastanza Parigi da poter sapere quali fossero i rischi ad aggirarsi di notte senza protezione, ma era anche vero che era un soldato: quattro topi di fogna cittadini non potevano spaventarlo, ne avrebbe risentito il proprio titolo e la propria dignità.

Sospettava, comunque, che fossero poche le persone abbastanza incoscienti da avventurarsi da sole per le strade di notte. Del resto, come gli aveva detto César, un regolamento di polizia esigeva che le case fossero chiuse a chiave, d’inverno alle otto e alle dieci durante la bella stagione. Solo i luoghi di malaffare e le case private rimanevano aperti fino all’alba. C’erano pochi porta-lanterne reperibili per illuminare la via e accompagnare le persone a casa, ancora più spauriti erano gli squadroni delle guardie cittadine. César era dell’opinione che l’illuminazione pubblica non fosse tanto negletta: a Londra, dove era stato, le lanterne venivano accese solo durante le notti senza luna, Parigi era illuminata invece dal crepuscolo fino a mezzanotte. Su questa trovata, risalente al secolo scorso, c’erano state tante adulazioni. Medaglie con su scritto Urbis securitas et nitor, Sicurezza e lucentezza della città, spiccavano talvolta come tributo ed infrangere una lanterna poteva persino comportare la galera, a meno che, ovviamente, non si trattasse di un nobile o di un ufficiale della Casa reale. Era un gioco diffuso tra i signorinotti e i bravacci, così come quello di picchiare le guardie. Solitamente sempre dopo aver bevuto.

Ufficiali e soldati circolavano in gruppi armati, altra cosa che gli aveva detto César, e certo correvano meno rischi di quanti ne creavano.

Ma loro non erano soldati, quella notte, né tantomeno ufficiali: César lo era solo a metà, avendo abbandonato la carriera militare, Damien preferiva il mondo astratto dei libri e dei pamphlet e Gaston quello delle sete e dei tavoli da gioco. Andres si era impersonato nobilotto in cerca di divertimento non convenzionale ed era un ruolo che non gli calzava poi così male.

Quel che mi servirebbe adesso, pensò nel procedere nella via con gli amici disposti in gruppo serrato, neanche si trovassero in avanscoperta di un territorio nemico. Quel che mi servirebbe è una damigiana di vino, dolce sulle labbra e onesto nello stomaco, una bella donna o un bel ragazzetto e tanta vita da scolare.

Lui nella vita aveva sempre voluto tuffarcisi, immergersi, annegarci. Non era come Louis in questo, come in molte altre cose: non era costretto a vedere l’esistenza scorrergli davanti, scorgendone solo il riflesso. Lui poteva viverla.

«Guardate lì, quella ha l’aria di essere una taverna» osservò César, mentre camminavano.

L’obiezione di Gaston non si fece attendere. «Quella bettola?!»

Una lanterna opaca, mattoni grezzi e legna accatastati a formare un edificio basso con appeso all’ingresso un ramo di frasca, per poter attirare l’attenzione dei passanti. Dall’interno si udivano grida, risate e grufoli umani. Anche ad Andres pareva aver l’aspetto più di una porcilaia che di una locanda, men che meno di un bordello.

«Ma in quel buco pulcioso ci saranno i secondi? Ma cosa più importante, le cameriere?»

«Quale preferisci, Gaston?» chiese César.

«Entrambi. Un bel trancio di carne, in tutti e due i sensi, è l’ideale. Non sono schizzinoso da questo punto di vista.»

«Trovare della carne da queste parti la vedo dura. Almeno per quanto riguarda il cibo.»

«Allora facciamo che mi accontento anche di fagioli per secondo, basta ci sia carne fresca là dentro per dessert. Abbastanza decente, s’intende.»

«Per me in un posto del genere ti prendi lo scolo e basta» sentenziò Andres.

«Che città disgraziata.»

«Benvenuto nel mondo reale, Gaston» replicò Damien con un soffio sibilante. «Fuori dai palazzi, dalla porcellane e dalle parrucche incipriate. È questo il tuo paese

Paese. Strana espressione. Damien doveva averla tirata fuori dai suoi pamphlet. A guardare Gaston si sarebbe detto non considerasse la Francia il suo paese, piuttosto il suo campo giochi.

Lavoisier sbadigliò. «Benvenuto nel mondo basso, piuttosto. Mi stai tediando con questo tuo atteggiamento di impettito scorno sociale. Ti vorrei ricordare da dove vieni.»

«Io preferisco pensare a dove stiamo andando.»

Adesso ricominciavano con le discussioni politiche: Damien così progressista da apparire artefatto, imbevuto di idee egualitarie nonostante lo status sociale, e Gaston che s’interessava di politica giustappunto per rimarcare la propria reazionaria pigrizia.

Andres nuovamente si frappose tra loro. «Sentite, a me state stancando tutte e due. Tu» si rivolse a Gaston. «Smettila di aprire la bocca solo per dargli aria e lamentarti e pure tu» guardò Damien. «Risparmiami la solita manfrina. Sono tornato da poche settimane e già mi state facendo cascare le palle, scusate la volgarità. Ce la facciamo a passare qualche ora senza inutili schermaglie? Siete più irritanti di un ramo d’ortica infilato su per le terga.»

César sorrise. «Mi piacciono le tue espressioni colorite. Così calzanti. Non sei cambiato in questo.»

«Purtroppo sono sempre lo stesso, proprio come voi.» Li squadrò. «Avanti, me lo volete fare questo favore? In fondo stiamo festeggiando il mio ritorno.»

«Il tuo ritorno lo abbiamo già festeggiato» bofonchiò Damien nel ricordare i tre giorni di festini a cui gli amici lo avevano portato, appena aveva messo piede a Parigi. Serate decisamente meno inconcludenti di questa.

«Suvvia, su, su.» Gaston era tornato allegro. «Ha ragione il caro Vaudemont. Mi scoccia dirlo, ma ce l’ha. Vogliamo entrare? Anche se non ci sono belle sguattere, un sorso di vino lo voglio lo stesso. Mi verrà la gola secca a forza di sprecar fiato con lui che mena il can per l’aia ovunque.»

«Mena cosa?»

«È un’espressione italiana. Lascia perdere che tanto un dotto riformatore come te non la capisce.»

Gaston disse “riformatore” come avrebbe detto “topo di fogna”, ma Damien, per una volta, trattenendosi a stento, incassò. Così entrarono.

 

Era una bettola, non c’erano santi.

Una volta dentro, la prima impressione non migliorava affatto: veniva solo rimarcata più a fondo. Un ambiente squallido, fumoso, promiscuo, col soffitto di travi di legno e il pavimento ricoperto di segatura e pozze di vino. Le voci rimbombavano contro le pareti, si rincorrevano, si accapigliavano in una cacofonia distorta. La clientela era composta solo da uomini, notò Andres e fin qui niente di strano: uomini imbacuccati in carmagnole sdrucite dai colori scuri, che andavano dal nero, al grigio, al marrone, come si erano vestiti anche loro per confondersi tra la folla. Andare in giro con sete sgargianti, tricorni, ricami e pizzi avrebbe rovinato la copertura. Nessuno di loro ci teneva a far sapere di essere un nobile, dato il vento che girava a Parigi da un po’ di tempo a quella parte. Persino Gaston, che non usciva mai senza la più stravagante parrucca, invidiata da tutte le dame di Corte, aveva abbassato il proprio livello di vestiario.

«Te lo dico qui e te lo dico ora, Andres» borbottò il suddetto nell’entrare. «Se non c’è da bere questa serata faticherà molto a passare.»

«Lì ci sono dei boccali e questa gente sembra tutta ubriaca. Direi che il vino è l’ultima cosa che manca.»
La decenza, ecco cosa era assente. Insieme ad un minimo di pulizia.

«Niente cameriere per te, Gaston» lo canzonò Damien.

«Visto come sono messo oggi mi farei anche te.»

«Prego?!»
«Sicuro non mi becco una malattia: sei più casto tu di un francescano convinto.»

«Ma cosa stai dic…»

«A morte l’Austriaca! A morte l’Austriaca!»

Col tambureggiare dei boccali contro il tavolo un gruppo di pezzenti smaltiva la sbornia nell’insultare la regina. Andres sorvolò lo sguardo su di loro con fastidio. Aveva ragione Gaston, da una parte: quello era il mondo basso coi suoi volgari omuncoli che prima di tornarsene a casa a battere la moglie si sbronzavano con una birra da due lire e magari poi andavano a prendersi uno scolo. Non era difficile immaginare quel posto come un ricettacolo di frustrati e poveracci morti di fame, dediti alle risse e ai comizi politici non molto lucidi. In un luogo così non poteva che raggrumarsi tutto il fango del popolo. Solo a guardarlo, arrivava a pensare Andres, ci si sarebbe dovuti sorprendere di non prendersi un morbo infetto.

“Morte all’Austriaca” doveva essere una specie di motto.

«Rabbia popolare condita da vino scadente, cosa avrò mai fatto di male per meritarmi questo» bisbigliò ancora Gaston. «Bella sbronza mi prendo questa notte.»

Si sedettero ad un tavolo in mezzo alla gente. Gaston, si vedeva, stava faticando molto a non tirare fuori il suo fazzoletto profumato di acqua di rose per difendersi dalla cappa maleodorante che li attorniava: un misto di sudore, corpi surriscaldati, fetore di ortaggi marci, formaggio rancido, odore di chiuso e impudicizia. E i rumori, poi, che erano quasi come gli odori: disturbanti. Si prospettò da subito una difficile impresa discorrere anche solo a pochi passi di distanza.

«Questo lo chiami il posto dove sta Dio? A me pare del tutto dimenticato da Dio!»

«Finiscila, Gaston, se non chiudi il becco immediatamente, t’infilzo quel culone enorme e pigro che ti ritrovi, lo giuro!»

«Eh? Tanto qui nessuno sente! Devono avere le orecchie tappate di cerume. Dio, che disgusto.»

«La prossima volta non ce lo portiamo con noi» borbottò Andres a César, che annuì gravemente. «Anzi» ci ripensò. «Non ci veniamo proprio, noi.»

Prima e ultima volta che si mischiava alla plebe. Le esperienze antropologicamente interessanti le avrebbe lasciate a César o a Damien, visto che gli piacevano tanto. Lui no. No, se ne lavava le mani e con tanto piacere.

Venne a prendere le ordinazioni un tipo tarchiato che urlava come i battellieri della Senna.

«Signori, scusate il ritardo, ma come vedete c’è molta gente questa sera. Dite a me cosa volete: sono il proprietario.»

«Diteci.» César andò alla ricerca di qualcosa che potesse chiedere. Non la trovò. «Cosa offre la casa?»

«Volete del vino?»

«Sì,, perfetto, uno Chatea…» Gaston soffocò un gemito, Damien gli doveva aver dato un calcio da sotto il tavolo.

«Andrà benissimo il vino della cantina. E delle birre. Ci porti anche delle birre.»

Malto. Andres aveva bisogno di malto, più che di vino.

«Da mangiare vediamo, è troppo chiedere un agnello?»

«Siete forestieri, signori?»

«Prego?»
«Chiedere un agnello in città è come chiedere la manna nel deserto, attualmente.» Il locandiere sembrava tutto fiero di quel suo riferimento biblico. «Posso darvi del pesce.»

Chissà che razza di pesce, si chiese Andres. Al suo fianco Gaston non riuscì a camuffare una smorfia di disgusto.

«Però, signori, voi mi sembrate, come dire… Avete moneta contante con voi? Perché, vedete, se volete…»
«Ci dica cosa c’è e non facciamo storie» se ne uscì Andres, forse un po’ troppo bruscamente. «Vi pagheremo a dovere.»

«Per alcuni clienti, non tutti, eh, offro una zuppa al brodo di porco salato. Una vera squisitezza, signori, la migliore del circondario, ma che dico? Dell’intera Parigi! E solo per alcuni clienti, ci tengo a ripetere. Oppure abbiamo altre zuppe: all’olio di noci o ai semi di canapa, come in Borgogna, sapete, io vengo dalla Borgogna e questa locanda ne conserva i sapori e le tradizioni. E per la modica cifra di» tossicchio di sottofondo, «quaranta lire avrei anche del lardo, una o due libbre. Lardo di maiale, signori.»

«Mi sembrava di aver capito che non ci fosse carne» non resistette Andres.

Oh, ma aveva dell’incredibile: potevano esserci tutti i morti di fame che si voleva, a Parigi, ma c’era anche chi sulla fame ci lucrava parecchio.

«Sentite, portateci la zuppa e anche il lardo. Sì, quella al brodo. E un po’ di patate. Ne avete, no?» César concluse in fretta la negoziazione, poi, quando il crasso e baldo locandiere se ne andò si girò verso di loro. «Sono curioso di assaggiare questo alimento. Pare sia commestibile.»

«De la Mothe, fattelo dire: tu hai curiosità bislacche» bofonchiò Gaston, che faceva mostra della più tiepida indignazione.

«M’interesso di botanica, cosa vuoi? Ho sempre considerato la patata una pianta ornamentale e adesso guarda: la si mangia. Il pane dei poveri, c’è chi la chiama già. Parigi ora è circondata da campi di patate, la gente va a rubare i tuberi di notte.»

«Oh, ma che bell’aneddoto. Ridestatemi se svengo dall’entusiasmo.»

César fece una smorfia. «Gaston, con te si può parlare solo di donne, vestiti e giochi.»

«Anche di cavalli, di quando in quando.»

«Ma se non capisci niente di equitazione!» esclamò Andres, ridacchiando. «Non sapresti dirmi la differenza tra un Limousin e un Auvergne nemmeno se la regina ti cedesse il suo parrucchiere personale.»
«Ecco, abbiamo un appassionato di piante, uno di quadrupedi e uno di non-so-che-cosa-che-chiama-vento-di-riforme. Direi che qui l’unico normale sono io.»

«Gaston, non hai ancora bevuto, evita di sciorinare assurdità da subito» fece Andres prima che lo facesse Damien.

«A proposito della regina, anche lei è interessata alle patate, tu che prendi tanto in giro. E non uscitevene adesso con battutine di cattivo gusto, intendo il tubero!»

«Oh, ma che vai dicendo, César.»

«Ma sì, vi dico, l’ho vista l’altra volta a Corte con dei fiori di questa pianta tra i capelli. È già partita la moda, mi sorprende che tu non ne sappia nulla. Ora i nobili si sfidano a chi piazza più immagini di patate sui merletti come elemento decorativo. Aspetta qualche anno e questa stramba pianta delle Americhe entrerà a pieno titolo nell’alta cucina.»

«Cosa vuoi che interessi a me di…»

«Oh, oh, qui si parla della regina! Anche voi volete unirvi al coro, signori?»

La richiesta veniva da uno dei tavoli più rumorosi, vicino al quale si erano disgraziatamente messi. César rimase con la bocca mezza aperta.

«Noi, veramente noi…»

«Lor signori vogliono unirsi alla Fronda Anti-Austriaca. Fuoco alle polveri, compagni: c’è da dar fuoco alle…»

«Che siano maledetti tutti gli aristocruches

«A morte l’aristocrazia!»

Incominciarono gli inni insultanti:

Aristocratici
eccovi abbattuti

il democratico

vi caccia a calci in culo

Tempo pochi istanti e, senza rendersene conto, erano circondati da ubriachi in vena di manifesti anti-monarchici. Alcuni piuttosto sconci.

«Scusatemi!» Gaston urlò per superare il frastuono. «Dove avete detto che mette l’uccello il re? Ah, sì? Questo è interessante.»

«Per favore» mugugnava César. «Non possiamo semplicemente…»

Un uomo lo prese sottobraccio e cominciò a cantare a squarciagola, inseguito dagli altri. C’era chi alzava il boccale, chi rumoreggiava con le stoviglie, chi arrivava persino a saltare sui tavoli per poi cadere tra i lazzi salaci di tutti.

«Un po’ di rispetto, signori, suvvia, cosa sono queste maldicenze.»

«Gaston» bisbigliò allarmato César.

L’uomo che lo aveva preso sottobraccio smise di cantare e squadrò Lavoisier con genuina sorpresa.

«Maldicenze, signore? Ma lo sanno tutti che razza di feccia governa il paese!»

«La feccia viene governata dalla feccia, questa l’avete mai sentita?»

«Eh?»
«Oh, mio Dio.» Damien si alzò di scatto, tappando la bocca a Gaston. «Non badate a lui, compagni. Ha bevuto. Non sa quello che farfuglia.»

«Brindiamo!» Un ometto calvo alzò il bicchiere vuoto. «Brindiamo alla Francia!»

«Alla Francia!»

«Alla Giustizia!»

«Alla Giustizia!»

«All’uccello del re. Che viva e regni nei secoli dei secoli!»

«Amen!» E lì fu tutto un gran vociare di risa ed esclamazioni. César, intanto, tra la folla gracidante, si era buttato su Gaston.

«Ma ti sei ammattito? Io non rischio la vita per te. Sei il primo a dileggiare la casa regnante e adesso che ti metti a fare, la difendi a spada tratta?»

«Dopo aver bevuto e sempre con stile raffinato. Dannazione, César, che vuoi che ci facciano questi bifolchi?»
«I bifolchi qui sono più di una dozzina e noi siamo solo quattro.»

«Voi sarete in quattro» mormorò Andres, piccato. «Io valgo per cinque.»

«Stai zitto, Vaudemont, tu e il tuo ego spropositato» soffiò Damien.

«Se dichiaro chi sono quelli si pisciano addosso, altro che» stava mormorando Gaston, stizzito, lanciando occhiatacce lungo tutta la sala. «Non mi dire che non ti dà fastidio, César.»

«E perché dovrebbe? Stanno parlando del re, non di me.»

«Ah, adesso fai anche tu il traditore opportunista come Damien?»

«Ah, questa è…» cominciò Damien, ma César non lo fece continuare.

«Io non tradisco niente e nessuno, tantomeno i miei natali e il mio rango, ma, dannazione, lo sanno anche i topi che la Francia ha bisogno di riforme.»

«Queste secondo te sono riforme? I deliri di quattro ubriaconi?! Non mi fare l’illuminista, ora.»

«Cos’hai contro gli illuministi?»

«Senti, Damien, solo perché tua zia era l’amante dell’illustre Voltaire…»

«Come ti permetti!»

«Che sono questi conciliaboli segreti?» fece l’uomo di prima, spruzzando vino dalla barba folta. Si mise in mezzo a loro, allargando le braccia. «Unitevi a noi, avanti, tutta la Francia unita, voilà! Fraternità! Qui c’è bisogno di fraternità!»

Lì c’era bisogno di spazio, pensò invece Andres. Si sentiva soffocare. Tutta quella gente, tutti quegli odori gli provocavano un fastidio fisico. Mentre tutti ciarlavano e s’incitavano a vicenda, si fece strada tra la folla con irruenza, dando gomitate, finché qualcuno non lo apostrofò in malo modo. E allora sbottò: «Vi volete togliere dai piedi?»

«Ehi, ehi, vacci piano, signorino, cosa c’è? Questo è il nostro tavolo.»

«Avete invaso il nostro!»

«Si vede che siete voi che ce lo avete rubato!»

«Questo è ubriaco marcio» sentenziò filosoficamente César. Lo prese per il braccio. «Lascia…»

Ma Andres si stava inalberando. Nessuno si poteva permettere di scalzarlo dal suo posto, né tantomeno di rivolgersi in quel modo a lui, come fosse l’ultimo cristo di quel pulcioso mondo di miserabili.
«Ho detto di levarvi dai piedi. Sono stato chiaro o no? Lo devo ripetere o siete sordo quanto idiota?»
L’uomo, un tipo molto alto e grosso di spalle, in verità, fece morire il sorriso tra le labbra. «Cosa hai detto?»

I suoi occhi si erano talmente rimpiccioliti che Andres faticava a riconoscerne il colore.
Non che gli importasse, in realtà. Non devi sapere il colore degli occhi di chi stai per picchiare, per quanto alto e robusto sia. I tipi più alti di lui non li aveva mai sopportati. Ecco perché erano i primi che sfidava, fin da quando era solo un aspirante cadetto.

«Mi confermate la sordità. Sul resto non penso c’erano dubbi.»

La stretta di César s’intensificò. «Andres, lascia perdere, non scatenare una rissa, non fare come al tuo solito, non attizzare…»

«Stai scherzando vero? Dimmelo se stai scherzando, perché sei ancora in tempo per chiudere quella bocca!» Vene purpuree si stavano gonfiando intorno al collo del tizio. Rosse e frementi.

«Sta scherzando! Sta scherzando! Che gran burlone!» La voce di César era tesa, cercò di trascinarlo via. «Andiamoci a sedere.»

«E dove? Ci hanno occupato il tavolo!»

«Ci mettiamo lì.»

«Io non mi metto da nessuna parte.» Con un movimento fluido Andres si staccò dall’amico e si portò davanti al buzzurro. «Ti ho detto» arrivò quasi a sfiorargli il viso, aspirando una zaffata del suo discutibile olezzo di birra e sudore. «Di toglierti immediatamente dai piedi.»

Quello sembrava divertito. «Altrimenti che mi fai?»

Andres non lasciava mai una domanda senza risposta, certamente non una del genere.

«Questo.» Il calcio lo colpì precisamente in mezzo all’inguine e l’ululato di dolore che ne derivò fu un canto di trombe per le orecchie di Andres. Sì, del vino schifoso e una buona, balorda rissa. Quella sera era andata così. Ora bisognava solo cercare di uscire vivi da lì e non troppo malconci.

Si sentì afferrare per il colletto della camicia, la mano viscida, callosa dell’uomo che voleva stritolarlo. Gli assestò un pugno in petto e, mentre entrambi annaspavano, travolti dalle urla, riuscì a colpirlo di nuovo in mezzo alle gambe. Le ginocchia dell’uomo cedettero. La mano di Andres scivolò inconsciamente verso il fianco sinistro, lì dove teneva la pistola.

«Cos’è questo macello? Bertrand! Armand! Quante volte avrò detto niente risse nella mia locanda? Se volete ammazzarvi fatelo fuori!»

Il locandiere si frappose, affannando, il doppio mento che vibrava di indignazione a stento contenuta. «Signori, signori, un po’ di calma!»

«Vai a fare in culo, pezzo di troia! Ti strangolo!» urlò il maciste ubriaco.

«Mai prima di voi, messer.» Andres abbozzò un inchino sarcastico. L’uomo fumava tanto che si sarebbe detto che avrebbe preso la rincorsa per buttarlo giù come fanno i tori nei tradizionali giochi spagnoli, ma c’era il locandiere e sembrava avere uno strano ascendente.

«Armand! Mi devi già cinque tavoli e non so quanti vetri rotti! Non peggiorare la tua situazione! I signori sono venuti qui per mangiare e godere di una buona serata.»

«Ben detto, buon uomo.» César annuiva con vigore e Damien fece un brusco cenno del capo.

Gaston, intanto, sembrava divertirsi un mondo. Aveva di nuovo preso posto, gambe accavallate e li squadrava dal basso. «No, suvvia, era un bello spettacolo. Puntavo sulla mascella fracassata del mio amico qui.»

Andres non si sprecò nemmeno a guardarlo, vide solo che nel resto della sala era sceso un silenzio sottile e mormorante e quasi tutti stavano guardando dalla loro parte. La mano gli era scivolata giù da sotto la giacca. Fece un passo indietro.

«Seppelliamo le inimicizie con un po’ di vino!» esclamò il tipetto basso di prima che cantava. «Offre Larousse!»

Il locandiere si riscosse come se lo avessero fustigato. «Eh? Che cosa?»

«Vino! Vino! Vogliamo il vino!»

«Il vino ve lo pagate!» L’uomo sudava copiosamente. «Ora voglio un po’ di quiete per l’amor di Dio e di vostra madre.»

«Vino, vino!»

Il buzzurro guardava ancora Andres con rabbia, ma poi sbuffò e si voltò. Raggiunse il suo tavolo, afferrò il primo boccale sotto mano, ma non trovandone nemmeno una goccia, si mise ad imprecare.

«Dov’è il vino? Che cosa fate qui, Larousse, invece di servire?»

«Adesso te lo faccio portare. Signori, risedetevi. Un po’di silenzio. C’è gente di sopra che sta cercando di riposare. Ricordo a tutti che l’affitto per una notte qui alla taverna Larousse costa solo…»
«Bah.» L’uomo si stava dirigendo verso il banco, già gremito di uomini. «Fatemi passare, imbecilli. Dove si può avere un fottuto…»

«Aspettate, signore, non da quella parte» fece uno dei garzoni, che aveva tre birre per mano e stava facendo le acrobazie per tenerle in equilibrio. «Aspettate un attimo, arrivo subito.»

Ma l’uomo non aveva intenzione di attendere, aggirò il banco, indifferente agli improperi sommessi degli altri, e stava per servirsi da solo, quando ci fu un rumore, che sembrò tanto il verso stridente di un animale. Cominciò a vituperare a tutto spiano. «Ora pure le palle di pelo tieni qui, maledetto Larousse!»
E fu proprio una palla di pelo a saltargli addosso. Andres dovette sbattere le ciglia. Vide l’uomo barcollare pericolosamente all’indietro, il braccio che annaspava alla ricerca di un appoggio e che andava a sbattere contro il banco, facendo cadere tutti i boccali. Lo scrosciare e l’impeto delle imprecazioni attirò l’attenzione di tutti. Andres stava per scoppiare a ridere, doveva trattenersi, gli faceva male la pancia.

«Oh, Dio!» strepitò il locandiere, dirigendosi verso l’uomo che sbraitava e cercava di togliersi la palla di pelo di dosso.

Si trattava di un gatto. Un gatto che non la smetteva di graffiare. È

«È meraviglioso!» Andres rideva e anche gli altri ridevano. Il clima ilare soffuso dal vino e l’atmosfera gracidante diffondeva le risa come un contagio.

L’uomo, intanto, buttava già quanti Dio e Madonne poteva in un incalzare davvero degno di nota.
«Il gatto non lo molla, guarda lì!» Gaston era diventato rosso per lo sghignazzare. «Dite che è innamorato?»
«Altro che: se lo sta lisciando tutto di baci, non lo vedi?» Andres aveva le lacrime, se le sfregò via ed attraverso il velo degli occhi scorse una figura staccarsi dai tavoli e correre verso il banco.

«No, non così! Non così!»

Una massa di capelli biondo-ramati raccolti in una coda corta. Per un momento pensò di aver bevuto troppo. Poi ricordò: quella sera non aveva ancora bevuto un bel niente.

«Togliglielo subito di dosso!» urlò il locandiere tra gesti esagitati. Il rosso si slanciò, afferrò il gatto per la coda e con uno strattone lo tirò via. Ci fu un guaito e il soffio del gatto, poi sia lui che il ragazzino caddero a terra tra le risa.

L’omone era tutto ricoperto di graffi e non la smetteva di urlare. «Che trattamento è questo, si può sapere? Che belve tieni sotto il tavolo?»

«Un micino, il grande Armand si è fatto spaventare da un micino!» lo canzonarono in molti.

«Tu!» Il tipo avanzò verso la figura raggomitolata, che stava cercando di levarsi il gatto di dosso, che intanto si era aggrappato con le unghie alla sua camicia. «Dammelo subito che lo ammazzo!»

«No!» Un’esclamazione tiepida, ma decisa. «No, monsieur. Scusatelo, scusatelo, ma gli avete fatto male, andandogli col piede sopra la coda, per questo ha avuto questa reazione, solo per…»

«Dammi quel gatto, ragazzino.»

«No.» Un passo indietro, braccia che circondavano la palla di pelo sibilante. «Si è solo difeso.»

Il locandiere cominciò a sbracciarsi. Prese per le spalle il ragazzo, lo fece indietreggiare. «Armand, un boccale gratis per te questa sera. Che dico? Tutta la damigiana! Scordiamoci questo piccolo inconveniente e vai a risederti. Tu» da quella angolazione Andres poteva vedere solo il proprietario chinarsi su quell’esile figura, sul volto in ombra. Gli stava bisbigliando qualcosa che non poteva essere udito, poi con un: «Muoviti» secco e perentorio lo lasciò andare. Quello sgambettò via, gatto appresso, il volto chino. E però, anche così, da quella distanza, lo vide lo stesso.

Lo riconobbe.

Era il ragazzino che aveva incontrato due settimane prima, appena giunto a Parigi, il pezzente che gli aveva fermato la carrozza. Non poteva sbagliarsi. Non con quei capelli, il riflesso d’oro rosso che risplendeva sotto le lampade ad acquavite. Stava lì in una bettola, l’ultimo posto di quella città infame, di quel paese di derelitti. Nei miasmi e nelle urla, lo scantinato dell’inferno dell’aldiqua.
Era quell’angelo di stracci ed era lì.

Per la seconda volta della serata si ritrovò a sbattere le ciglia, senza sapere esattamente cosa pensare Si era irrigidito, se ne rese conto solo in un secondo momento, quando tutti stavano riprendendo posto e i suoi occhi, invece, rimanevano inchiodati su quella chioma, finché non la videro sparire dietro una porta. E allora sentì qualcosa, un anelito strano, una vertigine improvvisa e dolorosa come l’eco di un piacere svanito troppo presto. Qualcosa gli passò attraverso i nervi scoperti ed era aspro come miele, dolce come sale sulle ferite. La tentazione, fortissima, era piantare tutto e tutti e seguire quel ragazzino, lasciare la stanza per vedere se era vero.

«Ehi, Andres, ti sei incantato?»

Si girò lentamente verso i suoi amici, che si erano riseduti.

«Vuoi scatenare ancora risse o ti decidi a comportarti come ogni avventore che si rispetti?» César gli faceva segno di accomodarsi, Gaston sorrideva.

«Rispetto qui è una parola grossa. Che dici, eh, Andres? Abbiamo trovato un diversivo alla serata?»

«Cosa?» chiese distrattamente lui, sedendosi accanto all’ex compagno d’arme.

«Mi riferivo al servizio della casa. Un po’ di carne fresca c’è, tutto sommato.»

«Ti riferisci al gatto?» domandò Damien, sopracciglio inarcato.

«Macché gatto e gatto. Quel garzoncello. Il rosso.»

«Oh, per favore.» Damien lo guardò con aperto disgusto. «È un maschio. Non eri interessato alle cameriere?»
«Come ho già detto per come sta andando la serata mi accontento di tutto. E poi, caro il mio riformatore così aperto di vedute, mi deludi: lo sai che ho gusti eclettici, io.»

«Dillo che sei un debosciato.»

«Preferisco l’aggettivo “eclettico”, se non ti spiace.» Il nobiluomo ridacchiò. «Non facciamo gli ipocriti. Avrò pur diritto a qualcosa di decente in questa bettola scadente, no? Facciamoci servire da quello lì, magari le portate avranno un gusto migliore, che ne sai?»

«Perché a portarle è un ragazzino d’aspetto gradevole?» Damien pareva del tutto stranito, quasi quanto César. «Poi dici a me che dico cose strane.»

«Non hai il senso dell’estetica, Damien. Sei un bifolco anche tu da questo punto di vista. L’occhio vuole la sua parte, ma te le devo dire io certe cose?»

Andres si alzò.

«Che fai?» chiese César.

«Aspettate un attimo qui. Torno subito.»

Senza badare alle loro domande e alla raccomandazione di Gaston di non usare la latrina di qui – la cloaca – si diresse con passo sicuro verso il banco. La folla si era un po’ sgonfiata. Un ragazzo stava pulendo i boccali sporchi, mentre teneva l’occhio sulla fermentazione del lievito della birra. Si preparava sul momento, in modo artigianale. Forse non era male.

«Signore?» fece il tipo, alzando gli occhi. «Desiderate?»

«Dov’è l’altro servitore?»

«Come prego?»

«L’altro garzone.» Fece un movimento stizzito. «Quello di prima col gatto.»

«Oh, se ne è andato.»

«Cosa?»
«Andato.» Mimò il gesto con la mano. «Andato via.»

«Via dove?»

Qualcuno si mosse lì vicino, seduto su uno sgabello.

«A casa.»

«A casa?» Andres si sentiva tanto un imbecille a ripetere le stesse parole, ma non si capacitava. «Nel senso che lo hanno cacciato?»

«Oh, no, no. È finito il suo turno e ha portato via la belva. Il gatto, sì.» Il tipo sorrise. «Se volete qualcosa da bere, ve la servo io, signore, se invece volete mangiare al tavolo basta che chiedete…»

«Dimmi un po’: dov’è che abita quel garzone?»

Ora chi stava sullo sgabello si era voltato del tutto. Lasciò andare un’esclamazione: «Perché vi interessa tanto, monsieur?»

Un tono secco, venato di sottile canzonatura. Andres si girò a guardare il suo interlocutore: si trovò davanti una massa di capelli scuri che avrebbero fatto invidia ad una criniera arruffata, ma arruffata male, irta e crespa. Un volto spigoloso, un poco pallido, guance segnate di sfregi e occhi vispi, attenti. Lo guardava con il sopracciglio inarcato.

«Non sono affari vostri» sibilò al suo indirizzo, tanto per mettere le cose in chiaro, ma il tipo continuava a fissarlo.

«Scusatemi, un po’ sono affari miei visto che conosco il giovine di cui chiedete. Che volete? Se ne è andato. Fatevi servire da qualcun altro.»

«Non stavo parlando con voi.» Rivolse nuovamente attenzione al cameriere. «Mi vuoi dire…»

«Blaise, non ti azzardare. Ti faccio un ritratto talmente brutto che riconosceranno il tuo bel naso da qui fino alla Camargue.»

«Oh, che sono queste minacce?» Il ragazzo sembrava divertito. Occhieggiò Andres. «Scusatemi, signore, devo andare a prendere le ordinazioni.»

Stava sgusciando via, Andres rivolse un’occhiataccia al tizio seduto, che aveva proprio una faccia da schiaffi, a guardarlo bene, ma non sprecò nemmeno un secondo insieme alla sua compagnia. Tallonò il cameriere, mettendo mano alla borsa.

«Senti.» Lo prese per un braccio, quello ebbe un moto di paura, poi vide il borsellino con le monete. «Niente domande. Dimmi dove abita quel ragazzino e ti do un écu d’argento.»

Fu come dirgli che gli avrebbe dato un posto sicuro in paradiso. «Un écu? Oh, Dio mio, è vero?»
«Certo» sbottò lui, brusco. Un écu guardinfante, coniato all’inizio del secolo, tanto grande che veniva usato all’epoca sotto le gonne per tenerle larghe. Non rifilava moneta falsa, lui, solo un po’ datata.

«Io…» Il ragazzo si guardò intorno, poi, con mano lesta, intascò la moneta, le guance arrossate per l’eccitazione. «Dopo il ponte, signore, se andate verso Notre Dame, no, anzi, percorrete Île de la Cité, è proprio all’estremità. Non è molto lontano da qui, se prendete il ponte, sì, sì, il Neuf. La casa è ai Quai des Orfevres, mi pare. No, sì, ne sono sicuro, ma certo, lo giuro.»

«Lo spero per te» disse solo Andres, recependo rapidamente le informazioni. Bene: non ricordava perfettamente la mappa di Parigi, ma erano sulla rive destra, raggiungere via del ponte Neuf non doveva essere complicato. Anche in piena notte.

Quando tornò al tavolo i suoi amici lo guardarono con tanto d’occhi. «Andres, ma che diavolo stai facendo?» chiese Damien, vedendolo prendere il mantello.

«Ci vediamo domani, baldi giovani.»

«Te ne vai?» César era semplicemente allibito. «Non puoi andartene in giro così, da solo, aspetta un attimo, ormai abbiamo ordinato, non c’è bisogno di…»

«Devo fare una cosa e non ho bisogno del vostro aiuto, grazie. È Parigi che dovrebbe essere spaventata da me, non io. Io ho questa.» Scostando lievemente il mantello, mostrò la pistola per un secondo e sorrise, un sorriso affilato. «Ci vediamo domani.»

«Andres, ma… sei incredibile, guarda! Qualcuno lo fermi, Gaston…»

«Quando arriva il vino? Sto facendo la muffa qui.»

«Dove stai andando, per l’amor di Dio?»

«A caccia» disse Andres, dandogli le spalle. Sorrideva ancora. «A caccia notturna.»

 

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