[Romanzo a puntate] Hyacinthe cap. 8

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VIII

Era una mattina assolata e lui stava morendo di sonno.

«Certo che, se rientri all’alba, la levataccia te la devi mettere in conto» fece suo fratello a metà tra il bonario e il divertito.

«Sei tu che sei inopportunamente mattiniero, Louis. Il tuo è un attentato al buon senso civile.»

«È quasi ora di pranzo. »

«Ma tu da quanto sei sveglio, hermano? Dimmi la verità.»

Louis sorrise. «Mi piace quando rispolveri lo spagnolo, in questa casa accade ormai raramente.»

Da quando la loro madre, Elena de Vaudemont, era morta, il duca Alexandre non aveva più voluto sentire nemmeno una congiunzione in quella lingua. Andres, ovviamente, vedeva di ficcarne nei discorsi quante ne poteva.

«Non dirmi che ti sei dimenticato.»

«Una lingua, se non la usi, a mano a mano la perdi. Ma no, comunque, cioè: so anche il latino, una lingua morta, ci manca che non ricordi ancora un po’ di vivissimo castigliano.»

«Hai una specie di talento per le cose inutili. E allora? Non hai risposto.»

«Mi sono svegliato alle sei, caro il mio hermano. Il mattino ha l’oro in bocca, così si dice.»

Andres era rientrato a quell’ora.

«Per me il mattino ha sempre avuto puzza di denti marci, vedi un po’ tu.» Era già tanto che fosse riuscito ad alzarsi, quella mattina. Quando non doveva sottostare ai rigidi orari dell’accademia, faticava a mantenere la disciplina.

«Chi dorme non piglia pesci, si dice anche. Perdonami, oggi mi sono alzato con la mania delle frasi fatte. È l’influsso della signora Toinette, la nostra vicina: quella donna è un coacervo di stereotipi, sembra uscita fuori da una commedia bocconiana rappresentata male.»

«Parla nella lingua dei comuni mortali, Louis, te ne prego.»

«Una commedia con taverniere scollaticce e nobilotti cafoni, ti risulta più accessibile così?»

«Fai meno ridere di quanto credi.»

«Mai detto di crederlo.»

Erano in giardino, il sole batteva impietoso, il suo bagliore pallido rivestiva le azalee di argento. Louis si trascinava col bastone, il passo diventato ormai elastico a forza dell’abitudine. Portava un libro con sé, tanto per cambiare.

«Toglimi una curiosità: riuscirai mai ad uscire fuori di casa senza il naso ficcato in un libro?»

«Primo: non siamo fuori casa. Secondo: non mi risulta abbia il naso ficcato in questo libro, altrimenti penso sarei caduto con tanto tuo scorno. Terzo: non vedo nulla di male, se c’è un momento d’ozio, ad occupare il tempo con un po’ di lettura.»

Questa era sempre stata l’insormontabile differenza tra lui e Louis, una delle tante: Louis occupava il tempo come si gusta un buon piatto, Andres lo passava, come si divora il cibo a mero scopo di sopravvivenza.

«Di cosa si tratta?» chiese, intenzionato a non impantanarsi in un elogio sul valore della lettura.

«Un libro.»

«Oggi sei più irritante del solito, fattelo dire.»

Lui sorrise. «E tu meno accomodante, ma questa non è una novità. È Diderot, una lettera che gli ha valso l’imprigionamento nelle torri di Vincennes. S’intitola: Lettera sui ciechi per quelli che ci vedono

«E perché parlare di ciechi dovrebbe valere il carcere? Siamo un paese così liberale

Usò di proposito uno degli aggettivi che Louis utilizzava spesso, quasi quanto Damien.

«Porta al carcere se si mettono in discussione certe concezioni, come per esempio quella dell’uomo come emanazione di Dio. Vilipendio alla religione, lo hanno accusato sostanzialmente di questo. Diderot dice che ogni cosa è una percezione che abbiamo noi della realtà, non la verità assoluta.» Agitò il sottile libricino. «Il mondo dei ciechi è una metafora, un “vedere” in modo diverso. Diverso dalle convenzioni sociali, per esempio, che sono elevate a morale, mentre altro non sono che un filtro, tutto soggettivo, della realtà. In un mondo di ciechi, per esempio, ci sono cose, come il pudore, che non hanno senso: insomma, i vestiti a che servono a un cieco se non solo per protezione del corpo? Non certo come convenzione di costumatezza.»

«Aspetta un secondo, questo Diderot è fautore dell’andare tutti allegramente ignudi? Non è malvagia come idea.» Andres affilò ancora di più il sorriso. «Ovviamente dipende dai soggetti.»

«Tu hai un talento particolare ad estrapolare il succo di una filosofia.»

«Ho avuto un buon maestro» motteggiò con leggerezza.

Louis si limitò a sospirare. «Comunque la cecità morale è una brutta bestia.»

«Peggio della morale stessa, sono concorde.»

Andres aveva sempre sostenuto di essere allergico a qualsiasi morale.

«Smettessi un attimo di fare adottare certe pose da matador della cultura, tanto per rimanere in lemma castigliano, per me non ti dispiacerebbero certi autori.»

«Mi vuoi contagiare?»

«Ti sto consigliando dei libri da leggere, letture che ti potrebbe piacere. Non sei irrecuperabile.»

«Non continuare che altrimenti mi commuovo. Ah, Louis.» Andres scosse la testa. «Lo sai qual è il mio rapporto con le parole scritte: ci malfidiamo a vicenda.»

«Anni fa non mi pare fosse così» mormorò lui nel superare una siepe di ibisco.

«Anni fa ero un rampollo ancora pieno di promesse, ora, come dici tu, sono un gendarme della peggior infarinatura prussiana.»

«Non te la prendere, dico solo che i militari…»

«Hanno le baionette in testa, sì, sì, l’ho sentita infinite volte questa solfa. Non te ne faccio una colpa: un quarto di verità c’è, tutto sommato.» Andres lasciò vagare lo sguardo nel giardino. «Comunque non mi metterei a leggere certi mattoni filosofici, mi scuserai. Erano le chanson de geste, le mie preferite, da bambino.»

Ricordò: Roland, Carlo Magno, Artù e i suoi cavalieri, il ciclo dei vassalli ribelli, les Enfants-Cygnes, le Chevalier au Cygne, la Chanson de Jérusalem, le avventure di Pipino, la rotta di Roncisvalle. Il combustibile della sua infanzia, dei suoi sogni. Ogni tanto sua madre leggeva anche il Don Chisciotte della Mancia; era da lì che aveva preso il nome per il proprio cavallo, Ronzinante, Rocinante in lingua originale; un destriero pazzo per un cavaliere altrettanto pazzo.

C’erano cose che Louis non poteva capire, allo stesso modo in cui Andres non capiva lui.

Ricordò anche un’altra cosa.

«Ti ricordi quando veniva padre Jean-Cristophe? Odiavo quel vecchiaccio, sembrava un manico di scopa vestito a lutto.»

«Era un prete, vestiva di nero.»

«Chissà se ha capito che lo avevo preso in antipatia.»

«Una volta gli hai lanciato una pentola piena di pece, credo che l’abbia intuito.» Louis scrollò lievemente la testa. «Come ti punì quella volta?»

«Costringendomi ad imparare a memoria e recitare tutte e quattordici le Filippiche di Cicerone, un’impresa che non gli ho mai perdonato.»

«Era un precettore d’amabil rito, diciamo così» motteggiò lui.

«Era un essere detestabile, diciamolo pure. Stava sempre lì con quel Cicerone. E Cicerone di qui e Cicerone di là; se traducevo il latino male era perché ormai mi era venuto a noia. Invece.» Aggrottò la fronte. «Mi ricordo il giorno in cui ci fece tradurre, per una volta, qualcosa di diverso da quel bacchettone. Ma sì, dai, Louis, dovevamo avere appena dieci anni. No, non Orazio, era un altro, non ricordo bene il nome. Aveva scritto tutte storie sulle metamorfosi.»

«Ovidio?» azzardò lui.

«Ecco sì, iniziava con la “o”. Quelle sì che erano interessanti. Ricordo di aver pensato: guarda questi dèi com’erano inventivi. A Zeus è mancato solo di trasformarsi in zucca. Insomma, qualcuno che si tramuta in pioggia dorata per fecondare una donna è solo da ammirare.»

«O in toro per il ratto d’Europa» appoggiò Louis.

«O in aquila. Mi pare ci fosse anche un’aquila.»

«Quella per il giovinetto Ganimede. Se lo portò a far da coppiere nell’Olimpo.»

«Se lo portò in montagna e se lo inchiapettò.»

«Poco poetico, ma la sostanza è quella.»

«Ce n’era un altro, vero? Un altro dio.» Andres adottò un tono disinvolto. «C’era di mezzo un fiore, un giacinto…»

«Ah il mito di Giacinto. Dopo essere stato ucciso per sbaglio da Apollo, dal sangue del giovane amato sorse un fiore come imperituro monumento del cordoglio provato per tanta sventura. Da qui il nome dei giacinti. Era un mito eziologico.»

«Ti prego, quando te ne esci con certe espressioni dammi perlomeno un minimo di preavviso.»

«Guarda che sei proprio irritante, lo sai anche tu cosa significa.»

«Lo uccise per sbaglio?»

«Zefiro deviò il suo disco, che andò a ferire la tempia di Giacinto.» Di nuovo Louis scrollò la testa. «Come mai questo improvviso interesse per i miti greci? Sono le reminiscenze di padre Jean-Cristophe?»

«Lo confesso, amavo quel fosco figuro di ciceroniana boria. Te l’ho detto che ho pensato di prendere i voti in suo onore? Poi, grazie a Dio, sono rinsavito.»

Louis rise e prese a discorrere di quale razza di prete sarebbe stato, permettendogli di ascoltarlo senza dover per forza intervenire. Louis somigliava tanto alla loro madre, quando iniziava a ciarlare; caratterialmente, in realtà, le assomigliava in molte cose come invece Andres era paurosamente simile a loro padre. L’aspetto fisico, invece, era tutto il contrario. I caratteri volitivi, ispanici di Elena de Vaudemont, non avevano minimamente colpito quelli alteri e nordici di Louis, che aveva ereditato il viso lungo del duca, il suo portamento austero, i capelli chiari, gli occhi grigi. La forma degli occhi, però, ricordava quella della madre, nel taglio malinconico e poi nella profondità che vi si leggeva dentro.

Quindi era Apollo il dio, pensò distrattamente. In effetti ricordava, ma non ne era stato del tutto sicuro e, infatti, in carrozza, la scorsa sera, si era limitato ad accennare ad un dio generico, senza far nomi, quando aveva afferrato il mento del ragazzino.

Hyacinthe.

Gli piaceva oltremodo quel nome: era così azzeccato per la sua fisionomia delicata, una figura degna di guadagnare un posto di coppiere nell’Olimpo, ci scommetteva, tra tutti quei dèi balordi affamati di mortale bellezza. Un nome appropriato, come cucito addosso, e poi quei capelli che aveva stretto con foga…

Non si era regolato la scorsa notte, ponderò. Che avesse sempre avuto questa tendenza alla carnalità incontrollata, era indubbio, ma si era reso conto di aver esagerato. Avrebbe dovuto avere maggior riguardo, quantomeno perché il ragazzo aveva un fisico esile. Si era dimostrato resistente, comunque: si era fatto prendere come un agnello offerto in sacrificio.

Se avesse potuto chiudere gli occhi, ora, mentre Louis parlava tranquillamente, se li avesse chiusi, anche se non voleva, non poteva; se ora li avesse chiusi, avrebbe rivisto quelle labbra premere sulle sue fino a morderle per poi lasciare andare il capo, il collo bianco alla sua completa mercé, ed era come se… non avrebbe saputo dire esattamente cosa aveva provato in quell’istante, quando aveva ricominciato a spingere con più decisione, ad entrare, sprofondare in lui, con maggiore forza, le mani ancora sui suoi fianchi, la morbidezza della pelle nella stretta ruvida, e la lingua che raspava le lacrime sparse sul suo volto; il sapore salato, ferrigno di quelle lacrime che lo avevano bruciato, lo avevano dissetato, lo avevano…

«Andres, mi stai ascoltando?»

Volse lentamente gli occhi verso il fratello. «Scusa, hai detto?»

«Ma hai ancora sonno? Di solito sei più arzillo la mattina, ti ricordavo meno pigro. Non è che stai perdendo colpi, compagnon

«Sono solo un po’ stanco, mi sembra troppo ora dire che sto diventando un rammollito.»

«La vita del militare a riposo deve essere snervante.»

«Non me lo dire, quasi quanto quella di un nobile che non fa niente da mattina e sera. Una bella guerra sarebbe la soluzione, ma il re, a quanto pare, è più interessato alle battute di caccia a Versailles attualmente. Rimane solo qualche scaramuccia di confine.»

«Povero compagnon» sorrise lui. «Comunque non scherzo: hai le occhiaie fino al mento, si può sapere cosa hai fatto questa notte?»

«Eh.» E c’era tutto un carico di allusività in quell’”eh”.

Louis lo colse. «Capito. Insomma, una buona nottata?»

«Incantevole» ghignò Andres. «Veramente soddisfacente.»

Era da tanto che non aveva una sortita notturna così buona, in effetti, rendendo onore a tutta la crudezza istintuale e sensuale dell’atto, infischiandosene altamente di tutto e tutti, anche di sé stesso. Forse aveva ragione Philippe, gli venne da pensare: era come l’oppio, doveva star attento a non assuefarsene.

Si chiese se avesse fatto bene a fare quella proposta al ragazzino. Una sbattuta e via sarebbe stato l’ideale, tanti saluti e addio, nessun rischio di coinvolgimento eccessivo, qualcosa che è sempre meglio evitare come la peste. Proporgli uno “scambio” fisso, anche se a sue condizioni e voleri, invece poteva dimostrarsi una scelta azzardata. In realtà non ci aveva ragionato, gli era venuto naturale, quando si era sentito nuovamente sfiorare la cicatrice, avvertendo il tocco delle sue dita tiepide. Così lo aveva voluto ancora e ancora, non pago di quell’unico incontro accaduto per caso, per fato; una sola notte non gli sarebbe bastata, aveva capito, erano necessarie altre, magari, per appianare quella fame, un altro po’ prima di stancarsi.

Andres era sempre stato un uomo dalle voglie impazienti quanto fugaci. Suo zio, il fratello di sua madre, gli diceva che la passione è come un fuoco: brucia con la stessa feroce repentinità con cui poi si spegne. Diceva anche che dentro ogni uomo dimora un demone lontano dalla ragione e che quello dei Jaminèz de Auritz-Burguete è solo meno nascosto degli altri.

«Sai a chi stavo pensando?» interruppe il fluido e pacato sproloquiare di Louis. «A zio Fernand. È da molto che non lo vediamo, vero? Se ne sta arroccato in quella corte di falsi spagnoli, come chiama lui i regnanti Borbone.»

«Sai cosa pensa lo zio dei francesi.»

«A mia modesta opinione detesta la Francia a causa dell’esempio di nostro padre, e non ha neanche tutti i torti, se andiamo a vedere.»

«Sei poco patriottico, fratello.»

«Mi parli anche tu di patria come Damien? Questi discorsi li sentivo in America, dove la gente è morta per avere una patria.»

Era una delle poche volte che parlava di quegli anni.

«È il tuo paese» disse solo Louis. «Come la Spagna è quello di zio Fernand. Non puoi scegliere dove nasci, come non puoi scegliere da chi nasci.»

«Puoi scegliere però cosa amare» ribatté lui, asciutto, «e io non amo la Francia.»

Louis stava per replicare, ma venne interrotto. Il motivo di tale interruzione era…

Andres non ci volle credere.

«Ma cos’è quell’obbrobrio?» non riuscì a trattenersi dall’esclamare, quando una rachitica palla di pelo spuntò da uno dei cespugli di rose sul limite del giardino, ringhiando pateticamente contro di loro. Un cane o piuttosto: una sottospecie di cane, una di quelle cose pelose e vergognosamente infiocchettate che certe dame tengono nei loro salottini, facendosi leccare le dita sporche di crema di pasticcini dalle lingue raspanti. C’era persino un nome per quegli imbarazzanti esemplari della specie canina ed era caniche, cane barbone, barboncini, che avevano esigenze di toletta maggiori delle più navigate grisettes.

«La marchesa Toinette deve essere tornata» azzardò Louis. «Quella è la sua Babichette.»

«Vuoi dirmi che ha anche un nome?»

«Non essere screanzato.»

«Ma è una vergogna per la sua razza. Cani da salotto, che onta. Io rispetto solo i bracchi, quelli dell’Ariège sono i migliori, anche se lo spagnolo bretone non è affatto da scartare.»

Philippe, ricordò, aveva un bretone come cane da ferma. Quello sì che era un signor cane.

«E poi… Babichette? Ma questa signora se ne rende conto del male che provoca al buon gusto?»

«Zitto!» lo tacitò lui, allontanando il cagnetto ringhiante col bastone. «Sta arrivan…»

Il cane doveva essere entrato da chissà dove, ma la figura che videro emergere dalla vegetazione era umana e doveva per forza aver scavalcato la recinzione, cosa già di per sé abbastanza particolare, convinzione che si rafforzò quando Andres vide che si trattava di una donna.

«Babichette! Babichette! Oh, eccoti qui, bestiaccia, mi fai dannare, piccola disobbediente, niente dolcetti per te, oggi, stai pur sicura.»

«Ma…» Andres era esterrefatto, Louis invece sembrava a suo agio. Abbozzò persino un inchino e invitò la vergogna canina ad andare incontro alla padroncina.

Perché era una ragazza la figura che era apparsa, non una vecchia matrona come Louis gli aveva descritto la marchesa Toinette de Bercroix. Una giovane fanciulla dalla gonna dalle lunghe balze e i capelli scompigliati. Capelli folti, nerissimi come una notte senza luna.

«Oh, Louis!» esclamò la suddetta, la voce argentina che superò gli sbuffi rauchi del cane. «Siete il mio salvatore, come al solito.»

«Mademoiselle» fece lui con un sorriso diverso dal taglio malinconico che più volte assumeva: un sorriso grato, come di un uomo che ha appena visto un raggio di sole dopo giorni di pioggia.

Andres cercò di ricordare quando mai avesse visto suo fratello sorridere a qualcuno in quel modo. Cercò anche di ricordare la fisionomia della giovane dama, ma per quanto risalisse indietro nella memoria proprio non gli veniva in mente nessuna occasione in cui l’avesse vista. Se ne sarebbe ricordato, poi; lui aveva buona memoria per le grazie ben riuscite.

«Eccoti qui.» La ragazza afferrò il cane per la coda e lo accolse tra le braccia con lui che soffiava in quei guaiti che avrebbero fatto concorrenza ad un topo. Tra la folta capigliatura bruna aveva pezzi di rami e foglie, i suoi vestiti, eleganti, ma di fattura non pregiata, erano tutti sgualciti. «Cattiva Babichette! Chiedi subito scusa a lor signori. Dovete scusarla.» Si rivolse a loro con le guance colorite di affanno. «L’ho persa di vista un attimo ed è venuta ad invadere la proprietà del duca. Io lo dico a madame che bisogna tenerla legata, perché sta sempre a mangiare i roseti e non le fa mica bene, eh, no, le rovina tutti i denti, e pure lo stomaco, e poi tutte queste belle rose, un peccato che vadano a finire nella pancia di questa stupidella, un vero peccato. Il vostro giardiniere è veramente competente, Louis, ma ve l’ho già detto, vero? D’altronde viene dal sud, non è certo un caso.»

Prima cosa che notò Andres: aveva un forte accento meridionale, modulato, melodioso con la “e” ficcata ovunque con grande sprezzo della pronuncia parigina. Seconda cosa: parlava. Parlava troppo.

«Dovete proprio dire al vostro giardiniere che va bene come le pota, però, a mio modesto parere, bisognerebbe tagliare qui, con più decisione. Vedete? Mio padre asseriva sempre che la rosa ha le spine perché è un gallo cedrone: si pavoneggia tanto, ma alla fine ha solo il portamento più dritto. Lui aveva la passione per le rose, mio padre, intendo, perché son piccole e guariscono e perché sono belle, ovvio, troppo belle perché questa monella di cagna se le mangi. Non è insalata, Dio buono! Io non so proprio che fare a volte, mi viene da pensare che mia zia la vizi troppo.»

«Ehm.» Louis, notando lo sgomento di Andres, intervenne prontamente. «Vorrei presentarvi…»

«Oh, che maleducata, perdonatemi, non vi avevo notato, perdonatemi, ve ne prego, e non fate caso al mio aspetto. Sono dolente di presentarmi a voi così, ma questa cagna mi ha fatto…»

Andres, a dir la verità, stava facendo caso al suo aspetto e lo indispettiva non poco il fatto che non lo avesse notato. Non aveva notato lui e aveva notato Louis? Ma che donzella strana era quella?

«Mademoiselle Isabelle, non avreste dovuto scavalcare il recinto» osservò Louis, pacato.

«Lo riconosco, ma avrei perso tempo a suonare, dovevo riacchiappare subito Babichette prima che venisse qui e si mangiasse altre rose. E poi chi la sentiva più la mia tatie, quando le sarebbe venuto il mal di stomaco. Sembra fissata con le vostre rose, le nostre non le mangia.»

«Schizzinosa, la cagnetta» borbottò Andres e poi sfoderò uno dei suoi sorrisi smaglianti, abbozzando un inchino. «Incantato, è un piacere per me conoscervi, io sono…»

«Ma non sarà per caso vostro fratello?» La ragazza fece tanto d’occhi, rivolgendosi a Louis. «Non vi somigliate per nulla.»

«Sì, in effetti sono…»

«Ma il piacere è tutto mio, monsieur. Louis parla sempre di voi, non potete immaginare come sia lieta finalmente di incontrarvi.» Con una grazia un po’ civetta, ma di un’incantevole leggiadria, gli porse la mano perché potesse posarvi le labbra. I suoi occhi erano luminosi, neri anch’essi come i capelli; parevano inghiottire la luce del sole e farla loro. «Scusate ancora la situazione bislacca, non avrei immaginato di presentarmi a voi in questo modo.»

«Andres François de Vaudemont» si precipitò a dire lui prima che ripartisse con le chiacchiere. «È questo il mio nome, signorina…»

«Oh, ma che sbadata, affermo di presentarmi e neanche dico il mio nome. Isabelle, monsieur, molto lieta. Isabelle Adelaide de La Griffe. Andres, avete detto? Con la “s” finale?»

«Pronuncia spagnola» interloquì Louis.

«Vero, vero, mi avete raccontato che vostra madre veniva dalla… Catalogna, se non ricordo male?»

«La Navarra.»

«Oh, siamo lì no?»

«Non esattamente.» Louis sorrideva proprio in un modo strano, Andres non poteva non notarlo.

«Sono sempre stata poco portata in geografia» ammise lei, cercando di tener ferma la cagna. «Giusto la fisionomia della mia terra conosco, il mio caro Gers.»

Fece risuonare la “s” finale in modo ben marcato.

«Mademoiselle Isabelle abita a Parigi da poco» spiegò Louis al fratello. «È venuta dalla zia, madame Toinette, solo un anno e mezzo fa.»

«Mia zia è stata così gentile da accogliermi.» Lottava con la cagna, chiudendole il muso che quella tendeva verso i roseti. «Così che possa migliorare la mia condizione sociale, mia madre ci tiene molto. Oh, non confondetevi, avere possedimenti terrieri è già tanto, ma non quando sei figlia di un terzogenito, non quando sono pochi acri e ci si mette anche la carestia. Mio padre, poi, la terra amava guardarla più che lavorarla, la chiamava il suo libro della scienza.»

«In effetti» Andres cercò uno spiraglio in quella conversazione piuttosto monopolizzata, «si sente dall’accento che venite dal sud.»

Un’appartenente alla nobiltà terriera ormai in rovina, doveva essere, venuta qui a far da dama di compagnia alla zia ricca, che probabilmente stava architettando qualche modo per impalmarla per bene. Aveva modi più da schietta contadina che da aristocratica e quell’accento…

Infatti: «Oh, il mio accento, scusate, scusate, in realtà riesco a contenerlo – con tutte le lezioni di dizione che madame mi ha fatto fare! –, ma quando sono particolarmente agitata…»

«Figuratevi, guardate che non volevo insinuare…»

«Avere l’accento è come portare sempre il proprio paese con sé» disse Louis.

«Oh, lo avete letto in un libro?» chiese la fanciulla.

«No, in realtà no, mademoiselle, è una cosa in cui credo.»

Lei sorrise. Sorrideva in un modo che appianava la parlata, levigava la sua grazia, qualcosa di naturale com’erano quelle rose. «A proposito di libri, Louis: ho appena iniziato a leggere quello che mi avete prestato. Già da subito mi sembra molto interessante. Devo ringraziarvi per il buon consiglio. La zia, che il buon Dio la mantenga in salute, lei e Babichette, la zia non ha una biblioteca. La carta stampata non le piace, preferisce gli spettacoli teatrali.»

Quei due parlavano come se si conoscessero da sempre. La perplessità di Andres aumentò quando vide suo fratello ridere: «L’ultima volta che siamo andati a teatro non mi pareva così entusiasta.»

«È perché ha saputo che l’opera l’aveva scritta una donna. Come si chiama? Des Gouges?»

«Olympe des Gouges.»

«Il teatro non è un posto per una donna.» La giovane stava presumibilmente imitando il tono petulante della zia. «Al che a me verrebbe da chiedere: e qual è, allora, il posto adatto per noi, cara tatie? Ma ho paura che mi risponderebbe solo casa e chiesa.»

«Ma a voi è piaciuto lo spettacolo?»

A Louis non importava nulla dei gusti della marchesa Toinette, a quanto pareva.

«Oh, io l’ho trovato superbo. Così forte e intenso e si leggeva dietro la passione di questa donna. Immagino che abbiano assoldato agitatori per far venire tutta quella cabala. Se fosse stata un uomo nessuno avrebbe avuto da ridire, anche se avesse detto le peggiori fregnacce, scusate il termine.»

Quindi se ne andavano allegramente a teatro. E Andres che pensava che suo fratello fosse ancora uno, tanto per restare in tema di posti, casa e studio.

«Vi conoscete da molto?» buttò lì, inserendosi nella conversazione, deputando che lo avevano ignorato fin troppo.

«La signorina…» cominciò Louis, ma lei non gli diede il tempo di continuare.

«Beh, non tantissimo. Louis è stata la prima anima pia che ho trovato in questa città. Oh, così gentile è stato, voi certamente lo sapete, siete suo fratello anche se, ripeto, vi somigliate quanto un’ortensia e una gardenia, perdonate il paragone poco sofisticato, quello delle piante è il mio campo. So bene che una signorina della buona società non dovrebbe occuparsi di certe cose – così triviali, afferma mia zia –, ma da dove vengo nessuno si vergogna di amare la terra e i suoi frutti e io l’ho sempre amata, mio padre mi ha contagiato in questo.»

«E sembra che mio fratello vi abbia contagiato con il teatro» osservò Andres con un sorriso allusivo.

Louis assunse un’espressione seria. «In realtà…»

«Meraviglioso, davvero, io non ero quasi mai stata a teatro. Louis è stato così cortese da farmi conoscere questo mondo. E poi è sempre molto generoso, non so ancora come ringraziarvi di tutti i libri che mi avete prestato.» Si rivolse direttamente a lui con un sorriso talmente candido che Louis minacciò quasi di arrossire.

«Dovere, mademoiselle, dovere. Penso che la letteratura sia adatta a tutti, non deve avere discriminazioni di ogni sorta, anche di sesso.»

«Vorrei che anche zia Toinette fosse della vostra opinione. Quando mi vede con un libro in mano mi guarda come se tenessi in grembo il diavolo in persona. A voi non piace leggere… Andres? Posso chiamarvi col vostro nome di battesimo?»

«Certamente. Sì, a volte, mi capita, sapete com’è: bisogna affinare la mente oltre che il corpo.»

Louis gli scoccò un’occhiataccia, intanto la cagna sembrava essersi calmata. La ragazza sospirò. «Come avete ragione, molti sembrano dimenticarsi di questa necessità. Mio padre diceva sempre che il mondo è il nostro libro, cioè, l’ho detto, no, che pensava alla terra come al libro della scienza? La terra, vedete, non si deve semplicemente guardare, a quello siam bravi tutti. Bisogna vederla, sentirla, così lui diceva. Siamo anime cieche, bambina, che credono di vedere, quando invece s’innamorano più spesso di un profumo che delle belle proporzioni di un fiore, più della sensazione che un viso ci dà che del viso stesso.»

Louis la stava guardando incantato e Andres avrebbe potuto uscirsene con una delle sue battutacce, se non gli fosse sembrato di spezzare l’incanto che quella voce leggera era riuscita a creare.

C’era un che di fresco in lei, che non avrebbe saputo definire, qualcosa di vitale e prezioso, che si rifletteva nei suoi occhi, occhi così scuri, gravi, nonostante l’aria distratta; occhi che, per un momento, sembrarono soffusi di una dolente mestizia. Qualcosa in lei mancava, Andres lo sentì in maniera intuitiva, lì per lì; un’assenza sottile, una malinconia nascosta dietro il volto d’avorio e la luminosità dello sguardo. Qualcosa non tornava.

«Devo scappare, la zia si starà chiedendo dove sia finita Babichette – tiene più a lei che alla servitù. È stato davvero un piacere, monsieur.»

«Il piacere è stato tutto mio, mademoiselle.»

«Magari potreste venire per un caffè pomeridiano uno di questi giorni. Sono sicura che madame sarà oltremodo entusiasta. Lei dice che è per allargare e tenere il proprio giro di conoscenze, ma io scommetto che non le dispiace avere dei baldi giovanotti attorno. Louis lo sa anche troppo bene.»

«Oh, beh, baldo giovine…»

«Giovane lo siete e anche di bell’aspetto. Rispettate i parametri della zia.»

Il tono era d’amabile scherzosità, ma era impossibile non notare l’espressione di Louis, che stornò lo sguardo, imbarazzato, cercando di assumere un’aria disinvolta.

«Devo conoscere vostra zia, allora, se è bella solo la metà di voi è una visita dovuta» scherzò Andres, adottando un sorriso fascinoso, che deliziò la ragazza e incupì Louis.

«Che dite la prossima settimana? Sarà un onore ospitare entrambi i figli del duca, Madame vi farà assaggiare il tè delle Indie – è un periodo in cui va matta per tutte le cose inglesi, qualche mese fa erano quelle italiane. Spero per quella data di aver finito il libro che mi avete prestato, Louis, così posso restituirvelo.»

«Fate pure con calma, non ho fretta.»

«Lo avete già letto?»

«Tutto.»

«Di che libro si tratta?» chiese Andres.

«Giulia o la nuova Eloisa di Rousseau, un libro che mi ha sorpresa non poco. Sono quasi alla fine, oramai, e sono davvero curiosa, ma non ditemi niente, Louis! Desidero gustarmi bene le ultime pagine. Un libro bisognerebbe assaporarlo come un cibo, non pensate? Oppure odorarlo come un fiore.» Sbirciò i roseti. «Aspirarne tutto il profumo, la vera essenza.»

Siamo anime cieche, aveva detto prima. Quelle parole risuonavano insistenti nella testa di Andres.

L’accompagnarono al cancello dove era più conveniente che rientrasse. Una giovane dama che scavalcava un recinto aveva la stessa dose di stranezza del gatto del ragazzino; poteva dire ormai di averle viste tutte. Mentre camminavano, lei non smise di parlare.

«Ho messo tra le pagine del libro un bucaneve, spero non vi dispiaccia, Louis. Lo uso come segnalibro, lo facevo fin da quando ero bambina. Il vostro giardiniere, ho notato, butta i fiori appassiti, quando pota le piante. Non dovrebbe, mi permetto di suggerire; alcuni sono utili non solo come segnalibri. Mi affascina questa faccenda dei fiori appassiti, sapete? C’è una sorta di magia, vedete, perché si pensa, insomma, che il fiore appassito è morto, secco, oramai, eppure conserva il suo profumo. Affascinante, non trovate? Oh, lo so di essere mortalmente noiosa, sono sempre qui a parlar di fiori e piante, vostro fratello mi prenderà per una mentecatta.»

«Guardate, sono abituato» assicurò Andres, pensando a César e la sua passione astrusa per la botanica. «E poi trovo l’argomento molto interessante.»

Lo trovava di una noia spropositata, in realtà, ma se era una leggiadra donzella con quella bella scollatura sotto il vestito di organza a raccontarlo, chi era lui per sindacare?

«Avrà pur un significato questa cosa, conservare ancora il profumo. Come le persone, ho sempre pensato. Cioè, le persone col tempo invecchiano, si seccano anche loro, ma rimane qualcosa ancora di esse, nonostante il tempo passato; che sia una cifra del loro carattere, della loro storia, ciò che hanno lasciato nella vita, ecco: conservano quel profumo ed è come se anche la morte non fosse definitiva. Resta sempre quel profumo che è la vita.»

Quel discorso portò inevitabilmente Andres a pensare a sua madre, al suo odore di lavanda, di cose perdute. E pensò al profumo che aveva sentito quella notte, il profumo dell’innocenza sedotta e seducente, catturata dai sensi e rimasta, al tempo stesso, inaccessibile; un profumo che sfuggiva al suo sapere, ad ogni sapere prosaico di questo mondo, che forse solo un cieco avrebbe potuto cogliere nella sua vera essenza.

Trovò che fosse vero quello che diceva quella bizzarra ragazza che parlava troppo, parlava di cose di cui una donna, di solito, non avrebbe dovuto parlare.

Louis era affascinato, non c’era altro modo per descrivere la sua espressione. Andres era abituato a vedere il fratello come il ragazzino che era caduto, quasi dieci anni prima, caduto per mai più rialzarsi, quindi fu inaspettato vederlo in quel modo: affascinato non da aride parole scritte, non da astratte filosofie, ma da qualcosa di vivo.

Lasciarono la ragazza al cancello, che li salutò, cagnetta appresso; la osservarono tornare per il sentiero che portava alla villa della marchesa Bercroix, i lunghi capelli al vento, onde nere contro l’incarnato pallido delle spalle lasciate scoperte.

Andres non riuscì a resistere un solo secondo: «E quindi te ne vai a far proselitismo teatrale? Ovviamente senza secondi fini, scommetto, mio bel irreprensibile intellettuale.»

Lui si schermì: «Siamo andati un paio di volte. C’era anche sua zia, madame Toinette.»

«E certo: ti devi ingraziare la vecchia.»

«Andres.» La voce di Louis era pacata, ma vi lesse un disagio sotteso, una timidezza inaspettata. «Non farti venire strani pensieri e, per favore, risparmiami le tue battute. Non è come pensi.»

«E chi sta dicendo niente? Battute? Io? Ma per chi mi hai preso? Ho solo detto che l’hai accompagnata a teatro, potrei dire che sei piuttosto sollecito, in un modo che supera la normale cordialità, non trovi? E potrei anche dire che se fosse stata un manico di scopa non glieli avresti prestati i tuoi preziosi libri, o sbaglio?»

«And…»

«E comunque complimenti. Ottimi gusti, ma in fondo sei mio fratello, è nel nostro sangue. Dovrei prendermela perché non è me ne hai parlato prima, ma passerò sopra, data la tua inspiegabile reticenza a parlare di faccende astruse come te stesso invece delle solite manfrine filosofiche. Noi Vaudemont abbiamo l’occhio buono, devo dire. Diavolo, Louis, ha delle…»

«Non una parola di più.» Le sue labbra avevano assunto una piega dura. «Ripeto, stai facendo tutto tu, io non ho detto niente, non ho intenzione di dire niente e ti pregherei di tenere eventuali apprezzamenti per te.»

Andres era basito. Non riuscì a reprimere una risatina. «Oh, Dio mio! È una cosa seria!»

«Smettila.» Prese a camminare, bastone appresso, incupito e ancora più imbarazzato.

«Louis, caro hermano, in che casino ti sei messo. Ma non lo sai, tu che hai letto tutti quei libri, che innamorarsi è altamente sconsigliato? L’amore ti fa venire solo le ulcere, credi a me.»

«Ti ho detto di smetterla.»

«Ammetti che ti sei preso un’infatuazione grossa come un battello lavatoio, tu, proprio tu, quello che vive di filosofia, delle cose alte non di questo basso, gretto mondo. Ammettilo che è il tuo istinto di uomo di carne che stai ascoltando, il tuo arnese, per dirla senza molti fronzoli, invece di Rousseau o chi altro non so io.»

«Ma te lo hanno insegnato all’Accademia questo linguaggio forbito?»

«Ah, Louis, mi farai morire un giorno o l’altro, tu e la tua arietta da asceta.»

«Lo spero proprio, guarda» borbottò, continuando a precederlo con passo spedito per quanto gli permetteva il bastone, con Andres che lo seguiva a passi cadenzati.

«Ammettilo che hai anche tu le tue voglie e finiscila. Non fai male al tuo intelletto se ogni tanto molli gli ormeggi delle braghe e lasci libera la tua virilità.»

«Ma che t’importa della mia virilità? Pensa alla tua.»

«La mia non ha problemi, te lo posso assicurare. È sollecitudine fraterna, dovresti essermi grato.»

«Non è richiesta, sappilo.»

«Come sei rigido. Ti serve proprio un incontro intimo con una donzella. Potrei consigliarti qualcosa, ma ritengo che tu sia sulla buona strada, su quella che ti sei prefissato, insomma. Il fascino dell’intellettuale, voilà, e chi lo avrebbe detto che esiste qualcuna con cui funziona.»

Ora Louis stava proprio macinando la terra sotto i piedi. «Vai a quel paese!»

«Cos’è questo linguaggio forbito?» sghignazzò lui.

Più tardi, dopo che Louis aveva decretato di non parlargli più fino a sera; più tardi Andres scese le scale per svegliare quel poltrone del suo attendente, Felix, affinché gli sistemasse il cavallo per una scampagnata fuori Parigi in compagnia di César. Si stava dirigendo verso i quartieri dei servitori, quando buttò per caso un’occhiata nello studio di Louis – ne aveva uno come il padre, attiguo alla biblioteca. Vide la solita montagnola di libri sopra lo scrittoio, uno stipo cinese nascondeva un libro aperto. Così, senza una ragione precisa, raggiunse lo scrittoio e sbirciò di che libro si trattasse. Era sempre il libello di Diderot, ma non fu per quello che sorrise, fu per ciò che ci vide in mezzo.

Un fiore, un fiore appassito.

Un bucaneve.

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