[Romanzo a puntate] Hyacinthe cap. 7

Banner di Hiuko Majo

VII

La locanda era piena anche a quell’ora, rigurgitante come un boccale di birra schiumoso di uomini ubriachi e puttane dai volti imbellettati e le scollature bene in vista, che ridevano con quella tipica risata sguaiata e triste. Cognac e vino scorrevano a fiumi; la gente si confondeva nell’ambiente fumoso di sigari, ognuno in piedi o al proprio tavolo, con le carte in mano e una donnina in grembo. Andres vide il ragazzo abbassarsi ancora di più il cappuccio, quando entrarono.

Dopo aver scambiato un paio di sussurri col taverniere, un uomo dalle braccia villose e le guance tornite e rubizze, gli venne affiancato un garzone che, col lume in mano, li guidò attraverso una scala verso le camere. Il lume servì ad illuminare i doppieri a bracci della stanza indicata, piuttosto sobria con solo un letto e poche suppellettili, i bracieri e una finestra oscurata da tende spesse di canapa. Il pavimento era di assi di legno e il letto era appena stato fatto, a prima vista; avvicinandosi e dando una sbirciata spassionata si rese conto che era pulito. Lenzuola nuove, fresche, un copriletto leggero e persino un materasso, acconciato spartanamente e non certo imbottito di crine di cavallo, ma pur sempre un materasso.

C’era anche del vino, un bourbon, come aveva richiesto al taverniere. Il gatto, fosse ringraziato il Signore, venne lasciato fuori dalla porta.

«Bene.» Prendendosela comoda, nonostante l’impazienza, si girò, mani ai fianchi e si rivolse al ragazzino. «Sembra a posto.»

Quello non rispose. Probabilmente mettere due parole decenti in fila gli costava più di una scarpinata. Almeno, si disse Andres, la lingua la sapeva usare per altre cose, così gli era parso.

Si accomodò sul materasso a gambe aperte, lo sguardo fisso sulla sua figura sottile ancora sulla soglia della porta, incerta.

«Avanti, prendi quel vino e versalo. Ho fatto portare due bicchieri.»

Si fece avanti timidamente, sfregandosi le mani contro i calzoni sotto la mantellina. Non si era tolto il cappuccio.

«Levati quella roba. Anzi.» Andres, assiso sul letto, aiutandosi col piede, si stava togliendo gli stivali. «Spogliati tutto.»

Non avrebbe saputo decifrare la sua espressione, perché il moccioso si premunì di mantenerla pallida e impassibile, nascondendosi dietro le ciocche di capelli, quando sciolse la mantellina, ripiegandola sull’unica sedia disponibile. I suoi capelli rilucevano, sciolti, sparsi sulle spalle gracili, e la luce s’infrangeva su ogni bordo di quel corpo sottile e flessuoso, evidenziando la sottigliezza degli arti, la curva liscia e armoniosa dei fianchi sotto la camicia leggera e il segno di lividi che pulsavano sulla pelle chiara.

Si era tolto la carmagnola e gli tremavano le mani, Andres se ne accorse. Stava forse tremando tutto, e non per via del freddo, con lui che rimaneva fermo a guardarlo, gli occhi socchiusi e il calore che cominciava a serpeggiargli lungo la schiena, innervandogli i nervi, accaldando i lombi già nervosi. No, non si era sbagliato: persino in mezzo alla fatiscenza della bettola di prima, in questa di adesso, come nello scuro del vicolo a rue de Neuf, persino con quei lividi, la bellezza di quel ragazzo risplendeva fulgida e delicata, una fiamma ramata nel grigiore, nella sporcizia e nella miseria.

La luce fioca giocava con lui, col riflesso bianco della pelle e quello di fuoco dei capelli, e Andres se ne rimase perfettamente immobile. Scorreva lo sguardo su di lui, mentre si svestiva e, nonostante il disagio, notò una pur velata grazia nei suoi movimenti.

Aveva sempre disdegnato gli atteggiamenti troppo timidi e ritrosi; nel sesso lui cercava l’ebbrezza della caccia, della battaglia, non la schermaglia schiva e restia di chi non sa nemmeno dove mettere le mani. Eppure, malgrado l’evidente inesperienza del ragazzo, non poteva fare a meno di pensare – o forse non pensava affatto, si trattava di una sorta di intuizione – che quell’aria modesta e acerba celasse altro. Ed erano immancabilmente gli occhi a trasmettergli quelle strane sensazioni che si traducevano in serpeggiare di brividi sulla colonna vertebrale: occhi che sfuggivano eppure lo cercavano, lo scrutavano di sottecchi, si ritraevano e si svelavano, colmi di quella ambiguità non esente di una furtiva quanto sottile attrazione.

«Beh» fu l’unica cosa che disse, alzandosi, quando si fu spogliato tutto. «Sei proprio rosso naturale.»
Il rosso gli invase le guance e abbassò il capo, accennando a schermare il sesso con le mani, ma Andres lo fermò. Lui ebbe un breve sussulto.

«No, stai fermo.» Gli girò intorno, lui in piedi, le mani lungo i fianchi e la pelle percorsa da impalpabili tremiti. Andres lo stava guardando come se si trattasse di un pezzo di carne alla fiera ed era proprio con l’occhio del commerciante che esaminò spassionatamente ciò che aveva davanti, intenzionato a non far sconti. I suoi occhi seguirono la linea della colonna fino a scendere verso i lombi e in basso, sulla forma delle natiche, e no, arrivò celermente alla conclusione, non c’era nessun bisogno di fare la farsa dei mercanti ebrei: non c’era niente che non fosse al posto giusto.

«Rilassati» gli sussurrò all’orecchio, chinandosi sul collo liscio, il naso solleticato da un riccio. Sotto l’odore di sudore, asprigno e un po’ ferroso, permaneva un altro odore, il profumo naturale della sua pelle, un profumo delicato che non si aspettava.

Che strani odori ha, questo ragazzo, non poté fare a meno di pensare: erano così strani, così innaturali in un maschio, povero per giunta.

«Chinati» gli ordinò.

Il bourbon poteva aspettare.

Obbedì solertemente, ginocchia al suolo, nudo come mamma l’aveva fatto. Andres sentiva il sangue battergli contro le tempie, denso come un liquore scuro, e i muscoli farsi duri di ferro. Si portò davanti a lui, mani alle braghe, la fretta che gli rendeva faticoso il compito di slacciare i nodi. Lui era per terra e lo guardava.

Per terra. Le labbra socchiuse, le mani in grembo e le cosce strette, gli occhi rivolti appena verso l’alto, iridi che lo sfiorarono in una muta attesa obbediente.

«Avanti» fece.

Toni da comando, adatti alla frugale compravendita di merce contro prezzo, a cui poi seguì la stretta ruvida intorno ai suoi capelli, che invece erano morbidi. Quasi quanto le sue labbra.

 

C’era caldo, un dannato caldo.

Si era aperto i primi bottoni della camicia con la mano libera, l’altra affondata nella chioma, e tratteneva a stento i gemiti, sentendosi sulle labbra un’aridità insopportabile.

Dio, che tempo della malora, una primavera assassina, ecco cosa, così afosa rispetto alle verdi vallate del nord, da dove la sera scendeva la brezza da ovest, il benedetto mistral e il suo sapore di tempeste, e la Loira s’increspava tutta, rotolava pigramente, malinconica e fiera.

La Senna… la Senna era troppo affaccendata, rumorosa, piena di chiacchiere, suoni dissonanti, la voce stridula di una battona. Ogni fiume ha un suono, una sua voce, così aveva sempre pensato e il fiume parigino lui non lo sopportava: preferiva la malinconica quiete della Loira o la possanza imperiosa dell’Irati. L’Irati, il fiume della sua infanzia, quando si recavano in Navarra e nelle foreste aspirava a pieni polmoni la bellezza inquieta della terra.

Erano passati quasi dieci anni dall’ultima volta che era stato in Navarra, all’incirca dalla morte di sua madre, dall’incidente di Louis. Non era più riuscito a trovarla… non l’aveva trovata da nessun’altra parte, quella stessa bellezza.

Da sotto un breve risucchio, Andres vide, attraverso le ciocche ondulate, che aveva chiuso gli occhi. Le ciglia disegnavano un’ombreggiatura sotto le palpebre calate, tenue, come una sfumatura di pastello, un’ombra appena accennata.

Strinse più forte i capelli, quasi un moto involontario, avvertendo il tremito nervoso di lui, il quale però continuò speditamente, senza interrompersi. Non c’era bisogno di guidarlo con le mani sulla nuca, andava da solo, perfettamente, muovendo con sapienza le labbra, anticipando la volontà e la voglia di Andres, come se ci fosse nato per farlo. Tradiva una certa esperienza, era innegabile, ma soffusa di quella timida sensualità che accelerava il flusso sanguigno di Andres, lo rendeva torbido.
Si stava sforzando di reprimere i gemiti, non gli piaceva gemere, mostrare il piacere, e detestava sudare.
Ma faceva troppo caldo, maledizione.

Una goccia di sudore gli scese lungo la tempia, fremette sul mento e poi cadde, ne seguì un’altra e un’altra ancora e allora si sbottonò tutta la camicia, stringendo le labbra, risucchiando un rantolio indistinto di rabbia e piacere. Rabbia per quel dannato caldo, per la luce che ammorbava i contorni dietro le palpebre semichiuse, per la pacata sottomissione del ragazzo che gli istillava dentro un senso confuso di disprezzo e appagamento.

Come la prima volta, la prima volta che aveva avuto a che fare con uno del suo stesso sesso, solo qualche anno prima, all’accademia, dopo il ritorno dalla campagna in America – l’unica vera e propria campagna militare che avesse mai affrontato. Se prima di recarsi dall’altra parte dell’oceano puzzava ancora di latte, al ritorno puzzava di sangue e molte cose erano cambiate nel suo modo di vedere il mondo. Aveva visto la morte, quella vera, quella prosaica, sanguigna, pasticciata, quella della realtà, non quella eroica delle ballate cavalleresche, quella vanagloriosa dei duelli d’onore o delle battaglie tra ufficiali raccontate da ufficiali in retroguardia.

Se era cambiato, in bene o in male, non avrebbe saputo dirlo. E al suo ritorno c’era anche Philippe Antoine de Gauges con il quale aveva condiviso morte, freddo, dissenteria e quant’altre belle cose alle quali corri il rischio di incorrere nel partecipare ad una campagna militare. E se anche aveva sempre detestato Philippe, non sopportando la sua boria e la sua sfacciataggine, che gli ricordava troppo la propria, farselo prendere in bocca da lui era stata un’esperienza al dir poco strana ed inquietante, del tutto inaspettata poi.

Philippe si era abbassato a farlo – questo era il termine adatto, non ne trovava altri –, stracciando via in pochi attimi tutta la vanità e l’orgoglio che sempre lo avevano contornato, in quello che ad Andres era sembrato, molto confusamente, una specie di atto di liberazione.

Una cosa che non aveva mai capito. Ridursi così, abbassarsi in quel modo, un’umiliazione cocente a suo parere, il segno di resa più vergognoso alla virilità – un’abiura totale. Perché era una cosa diversa, assolutamente diversa, essere quello che lo faceva da chi se lo faceva fare. Insomma il mondo va così: chi sta in alto, chi sta in basso, chi lo prende, chi lo mette, chi domina e chi viene sottomesso. E lui, che di quelle facili categorizzazioni viveva, non aveva mai pensato, né desiderato essere dall’altra parte. Quando al tempo Philippe gli aveva mostrato quel lato del suo carattere, lo aveva scoperto in un lato che non conosceva di sé, quello del desiderio della sopraffazione, che con un maschio, rispetto ad una donna, è molto più inconsueto, fuori dai canoni, e quindi era diventato per lui più eccitante.

Gli aveva poi sussurrato, con l’enigmaticità dell’amante, non del commilitone: «È come l’oppio, stai attento alle dosi, potresti perderti.»

Com’era maledettamente vero, dannato des Gauges. Non aveva forse cercato quelle sensazioni più volte? Quel senso di dominio, che da un lato lo stizziva, gli faceva provare un certo contraddittorio disappunto, quasi aperta ripugnanza, nei confronti di quelli che riteneva, fondamentalmente, uomini privi di virilità; che si adattavano a certe cose – fosse per soldi o piacere personale, poco importava, anzi, forse la seconda era peggio – e, dall’altro lato, gli davano un’insopprimibile, nascosto, vergognoso senso di piacere, che celava in una nicchia segreta di sé, dove vanno a finire le cose più sporche, più torbide e, paradossalmente, proprio per questo, più vere di sé stessi?

Quel ragazzino che stava lì, in ginocchio, come la più sordida puttana dei vicoli lerci di quella città, che glielo stava ciucciando con professionale maestria, mettendoci forse persino del sentimento, ecco, questo ragazzino… non era anche lui una cosa da usare e basta? Da cui prendere un po’ di sollazzo per poi esser capaci di distaccare il piacere istintuale dall’inclinazione sessuale vera e propria? Non avrebbe forse voluto prenderlo adesso, tirato per i capelli, e chiedergli, fremergli addosso, se non si vergognava, non provava vergogna… un uomo, un maschio… abbassarsi così, farsi calpestare in questo modo; il possesso, il capovolgimento di ogni naturale tendenza, l’ordine stesso della propria identità?

Come poteva non provare vergogna? E lui, Andres, l’ufficiale Andres François de Vaudemont de Auritz-Burguete, che aveva incontrato la morte e ne era sopravvissuto, che razza di uomo era per poter covare desiderio di fronte a quella vergogna?

Gli ansiti si fecero più fondi, cupi, non riuscì a trattenerli. Il caldo serpeggiava nella stanza chiusa, impregnando le pareti; serpeggiava nel suo corpo, dentro le ossa.

Qualcosa lo stava risucchiando ed era lo spasmo che presagiva l’orgasmo, accarezzato dai movimenti sinuosi di quella lingua, dal lento lavorio di quelle labbra.

«Ma sei bravo» disse, improvvisamente, in un grugnito involontario. La stretta si fece più forte. «Molto…»

Un Luigi d’oro valeva quella roba, tutto sommato. Poteva essere schivo quanto gli pareva e persino un po’ tardo, ma quando ci si metteva faceva bene il servizio. Philippe in confronto era un monachello.
Abbassò gli occhi su di lui, tutto il collo rigido, e si accorse così che aveva aperto i suoi.

Un profondo crepuscolo, il capo piegato nello sforzo di tenere gli occhi su di lui anche in quella posizione. Un’espressione che sembrava quasi sorpresa, soffusa di misera sensualità.

All’improvviso Andres fu dentro di lui, ma non più lui; era nella sua bocca e la vista gli si annebbiò, tutto divenne lontano, febbrilmente lontano.

Lo odiava. Odiava quell’alone dolente tra le iridi, la debolezza della sua posizione, che lo metteva di fronte a sé, davanti al proprio riflesso nei suoi occhi. Lo odiava sì, non riusciva a sopportarlo e proprio per questo… per questo…

Un attimo e stava venendo dentro di lui. Lo scorse inarcarsi, socchiudere appena le palpebre. Andres gli tenne il capo strettamente per non farlo fuggire, ma lui ingoiò senza bisogno di costrizioni. Succhiava, lo mandava giù per la gola; si lasciò invadere in un’obbedienza che non era solo il riflesso incondizionato delle puttane, quelle che conoscono bene il mestiere, non solo quella, almeno. E fu allora, con un gemito stretto tra i denti, che lo vide allungare una mano.

Non se lo aspettava, nemmeno il ragazzino, in realtà, pareva del tutto cosciente di quello che faceva. Perché arrivò a toccarlo, lui così ritroso, lui che nella carrozza si era fatto agitare come un fantoccio inerme, lui che se ne era stato per terra coi pugni serrati sul grembo e il corpo raggomitolato, ecco, proprio in quel momento si mosse. La mano che aveva tenuto in basso si alzò e gli sfiorò la coscia, superò l’inguine. Un tocco che avrebbe potuto passare per inconsapevole, come di qualcuno che si sta aggrappando senza pensare, se non fosse stato per la cicatrice.

Sopra l’inguine, lungo la parte sinistra dell’addome, Andres conservava ancora il segno lasciatogli a Yorktown da un moschetto britannico. Era stata la sua prima ferita di guerra, la sua prima grande battaglia. Diciannove anni e non aveva mai pensato, fino a quel momento, di avere così tanto sangue da perdere, così tanta vita da rischiare.

Diciannove anni, l’Expédition Particulière al comando del tenente generale Rochambeau, Yorktown, la spocchia assassina degli inglesi, l’incoscienza feroce degli americani, diciannove pochissimi, sanguinosi anni…sembrava passata una vita intera e invece era così poco.

Non ricordava quel ragazzo, non più ormai.

Il ragazzo sotto di sé stava guardando la cicatrice e la stava sfiorando. Timido, leggero, dita simili ad ali di libellule; stava lì con un rivolo che gli colava dal labbro e la guardava come incantato.

Sembrava che non avesse mai visto una cicatrice o che mai avesse toccato prima d’ora la pelle di un uomo.

Era una carezza, ma non aveva il sentore di una vera carezza: era il tocco di chi va in esplorazione sulla trama della pelle come su uno spartito dalle note indecifrabili. Lo stava cercando e Andres, che lo sollevò per le spalle, strattonandolo per portarlo sul letto, ricordò all’improvviso quanto un lembo di pelle morta possa pulsare, quasi più del cuore stesso.

 

***

Fuori qualcuno ancora cantava e si ubriacava. Si udivano le prostitute che richiamavano i clienti nel buio. Avevano la voce di anime in castigo. Quella era una città di relitti disperati e imbottiti di vino, gli venne da pensare; forse i meno infelici fra tutti erano proprio quelli che non cantavano per nessuno, solo alla luna.

Ci fu un tonfo. Doveva essergli caduto qualcosa, può darsi la pistola. Etienne si rannicchiò ancora di più, portandosi le ginocchia al petto. Non aveva la forza nemmeno di tirarsi su le coperte.

Si chiese con spassionata calma se sarebbe riuscito a camminare. Probabilmente sì, magari avrebbe barcollato un po’, giusto un poco.

Faceva male, inutile negarlo; Dio quanto faceva male. Un male da cani.

Ma uno strano languore si era impossessato di lui, lo aveva ammorbato, calandogli addosso come una febbre, e così se ne stava accucciato sul letto, raggomitolato e immobile, ascoltando solo il lento fruscio dei propri respiri e i movimenti di lui nella stanza, mentre si rivestiva.

Sgranò appena gli occhi, vide solo uno spicchio di luna dalla finestra; pareva una mela rosicchiata.

Su quel materasso bitorzoluto gocce di sangue appassivano come petali cremisi. Il rosso nel grigiore della stanza, una macchia scura su lenzuola troppo usate, ecco la sua verginità; un ben magro e misero trofeo, tutto sommato.

Si sentiva stanco, arrivò alla convinzione di non essersi mai sentito così stanco in vita sua.

Quella notte era infinita, si trascinava lenta, coi suoi relitti alla fonda, non passava come solo certe notti non passano mai. Prima, mentre veniva sbattuto senza molta gentilezza sul letto, gli era sembrato di vedere dietro il vetro una luna più gonfia e argentea. Il lume dei bracieri si era attenuato: una netta lama di luce lunare era penetrata dalla finestra, accarezzando il viluppo di lenzuola scomposte e la linea tesa delle spalle nude del nobile. Etienne, palpebre semichiuse, aveva visto ondeggiare delle ombre, sommerse anch’esse nel velo abbagliante degli occhi, aveva scorto solo una sagoma scura, sopra di lui, che gli ballava davanti, anch’essa un’ombra ma dagli occhi vividi e verdi.

Lo aveva avvertito fremere, ogni muscolo che si scuoteva sin nel midollo, lo aveva percepito distintamente come se si fosse trattato del proprio stesso corpo; lo aveva sentito tremare, lui, quell’uomo dai muscoli di ferro e le spalle dritte, aveva tremato per quella cosa assurda, blasfema, fuori da ogni grazia di Dio, un atto che andava contro tutto ciò in cui aveva sempre creduto, ciò che gli avevano insegnato.

La debolezza della carne, ecco, il vizio: così ne parlavano i sacerdoti nelle prediche, i mangiapaternostri, come li chiamava Jussac. Mai lasciarsi andare alla Tentazione o perdersi nel gioco del Demonio incantatore. Il Male ha per definizione un buon profumo, profuma di muschio, di melograno, cattura per la sua dolcezza venefica, inebria, fa chiudere gli occhi in preghiera, dissacrando la vera e casta preghiera. E doveva essere così, la Tentazione aveva inghiottito entrambi.

Non riusciva a capire. C’era stato dolore, l’unica certezza, e il calore, quel corpo lungo premuto contro, dita strette sui fianchi che scendevano lungo le cosce, su tutto il corpo; la tonalità rovente di quelle mani che lo avevano toccato, stringendo, aprendo, lacerando e penetrando a fondo, più a fondo di dove pensava, un fondo che nessuno fino ad ora era mai riuscito a raggiungere, di cui lui stesso non era cosciente.

Avvertì la sua presenza ancora prima di vederlo. Si stava sistemando la pistola nella cintura.

«Ecco.» Un tintinnio, il Luigi d’oro, che mai prima d’ora aveva visto, venne posato nel mobiletto vicino al letto. «Ti senti bene?»

Che domanda strana da fare, pensò. Gli veniva solo voglia di chiudere gli occhi e mugugnare, chissà che cosa, poi. Nel dubbio non rispose.

«Ehi.» Lo scosse. Nell’avvertire le sue mani su di sé, calde, ma non possedute della stessa smania di pochi minuti prima, Etienne non si mosse. Si sorprese non poco di come la pelle accettasse quel contatto, come sembrasse quasi appagata.

Lasciò andare un borbottio.

«Ti ha fatto tanto male?»

Non avrebbe potuto giurarlo, ma percepì una nota di preoccupazione nella sua voce.

«Mi vuoi rispondere o no?»

«Bene» se ne uscì con molta fatica. Sollevò il capo, provò a raddrizzarsi, ottenendo solo di sollevarsi a mezzo busto contro la testiera del letto, i capelli arruffati sugli occhi e il respiro affannato. «Tutto bene.»

«Sei delicato per essere un maschio» osservò lui. Stava in piedi con solo i calzoni addosso. Lo guardava dall’alto, i suoi occhi verdi, quasi neri nella penombra della stanza.

Lo scrutarono, soppesandolo. «Però graffi, eh.»

Etienne riconobbe il segno del morso che gli aveva lasciato sulla spalla, alla base del collo, poi quelli sulla clavicola, la macchia più scura sulle labbra dove aveva affondato i denti. Se non andava errato anche dietro, sulle spalle, doveva esserci ciò che gli aveva lasciato con le unghie.

Le aveva affondate nella carne, un patetico tentativo di annegare l’intensità dolorosa della penetrazione di lui, di tutt’altra fatta.

Servizio completo, indubbiamente. Per un Luigi d’oro, in fondo…

«Graffi come un gatto, già» stava borbottando e l’alone di un sorriso gli increspò i lineamenti, sfumò i suoi occhi di liquida malizia. «Un gattino in calore.»

Ed Etienne non seppe, no, non seppe spiegarsi dove trovò la sfacciataggine – il coraggio – di dire ciò che disse: «Monsieur è rimasto soddisfatto?»

Da parte sua un battito di ciglia. «Prego?»

«Chiedo se siete rimasto soddisfatto. Se avete gradito la merce

Il tipo sembrava sorpreso, ora. Che lo credesse incapace di rispondere a tono? Certo, quella notte Etienne non aveva dato il meglio di sé quanto a smagliante personalità, ma al nobile interessavano altre cose, a quanto pareva, e lui si era adattato, perché gli incuteva un timore reverenziale non da poco. Ma adesso… il fatto era che, dopo averlo avuto dentro, dopo aver provato quel groviglio di sensazioni inspiegabili, sentiva come un filo che li legava, un sottile filo rosso intrecciato nel dolce fiele del sangue. Una mattanza gli era sembrato ciò che avevano condiviso. Si chiese se era così che il sesso doveva essere, così simile ad una battaglia.

E il piacere? Perché anche il piacere doveva somigliare tanto al dolore?

«Beh, diciamo che la merce si è fatta valere.» Il sorriso dell’aristocratico aveva un che di complice. «Però, seriamente, non vorrei averti fatto troppo male.»

Non gli era mai capitato prima di provare piacere, seppure impalpabile. Ogni volta che uno dei suoi “clienti” chiedeva qualcosa o faceva qualcosa, Etienne aveva sempre adottato la tattica del perfetto distacco. Non era lui che faceva quelle cose. Era un altro ragazzo, lui non sapeva chi fosse e nemmeno gli importava saperlo. Quando era entrato là dentro, tallonando la promessa di un Luigi d’oro, si aspettava di rivederlo, rimettersi nei suoi panni e lasciarla scivolare così, qualunque cosa sarebbe successa, e però qualcosa era andato storto o forse era lui quello ad essere storto o era il tizio che lo aveva traviato.

Perché il distacco non aveva funzionato quella volta, perché si era ritrovato coinvolto, suo malgrado, eccitato, suo malgrado, incuriosito e spaventato, suo malgrado, e aveva provato piacere. Aveva provato per la prima volta piacere nella carne di un uomo. E non quando lo aveva preso, quando era stato il dolore ad offuscare ogni prospettiva, ma prima, quando si era inginocchiato sotto di lui, e per la prima volta non aveva dovuto resistere alla tentazione di scansarsi o reprimere la nausea. Era rimasto annichilito e stordito proprio come un condannato di fronte al plotone d’esecuzione, nell’attesa immobile della condanna o della grazia.

Era stata grazia? Era stata condanna? Ogni tentativo di ragionarci su andava a farsi benedire e per questo Etienne aveva rinunciato fin da ora a capire perché si fosse comportato in quel modo, perché fosse stato così docile nelle sue mani, quasi languido, perché avesse provato l’insopprimibile e incomprensibile, almeno per lui, desiderio di toccarlo, svelarlo. Viverlo, forse: attraverso un tocco, un contatto rubato al mercenario incastro di corpi, vivere un’altra vita, diversa dalla sua, lontana leghe e leghe dalla propria, e proprio perché così diversa e distante, così…

«Mi stai ascoltando?»

«Eh?»

Con molta fatica ritornò nella stanza, in quel corpo frastornato, negli occhi di lui.

Ora lo stavano fissando perplessi. «Mi stai ascoltando o no, ragazzino? Ti vedo un po’ tra le nuvole.»

«Cosa avete chiesto?» domandò, sommesso.

Grazioso e servizievole, ecco come lo rabboniva sempre Larousse. Servizievole, sì, soprattutto con chi stava più in alto. Dunque quasi tutti, figurarsi un nobile.

«Ti sto chiedendo se senti troppo male. Non vorrei… insomma, ragazzo, riesci ad alzarti? Voglio vedere se sei in grado di tornare a casa.»

Ma perché? Che voleva? Etienne non capiva proprio. Non aveva già avuto quello che voleva? Non poteva lasciarlo lì a crogiolarsi con tutte le membra più o meno a posto, nella tiepida macchia della propria verginità buttata per un Luigi d’oro? Perché non lo lasciava in pace?

«Sto bene» rimarcò a labbra strette e fece per alzarsi. «Sono solo un po’…»

Mancò poco che gli finisse addosso, dovette reprimere un gemito in una smorfia di dolore quando, nell’alzarsi, una stilettata rovente di dolore gli attraversò le parti passe. Cominciò a capire come dovevano sentirsi i polli allo spiedo.

«Oh là, là, attento.» Lo afferrò per i fianchi e lo rimise supino, incombendogli sopra, sempre in piedi. «Mierda, credo di esserci andato giù troppo pesante.»

Credeva, eh? Buon per lui. Un’altra fitta impedì ad Etienne di avere un qualsiasi pensiero di sorta.

«Merda» se ne uscì senza riuscire a resistere. Non gliene fregava più un accidenti di apparire sboccato davanti ad un nobile. Quello vomitava parolacce in francese e in una lingua straniera come grani di un rosario ed Etienne aveva resistito abbastanza. «Scusatemi, eh, perdonatemi, ma, maledizione, merda, merda fottuta, fa mal…»

«Oh, non ti scusare, ragazzo. Hai perfettamente ragione.» Andò a grattarsi la nuca, incerto. «Avrei dovuto avere un po’ più di riguardi, ecco, in fondo eri un verginello.»

Grazie di essertelo ricordato, grazie tanto, un po’ in ritardo, ma conta il pensiero. Etienne stridette i denti, tendendo i nervi e i muscoli del collo. Quella situazione era balorda a dir poco: lui lì, che agonizzava per il fantasma del dolore ricevuto, nudo come un verme, di fronte all’uomo che lo aveva pagato fior di quattrini per quel dolore e che ora lo guardava, uno sguardo strano, poi, in quel momento di dissociazione non riuscì a trovare altro aggettivo.

«Aspetta.» Si abbassò e lo sistemò contro il cuscino, tirò su le coperte, poi andò al mobiletto con ancora la brocca di bourbon intatta. «Prendi, c’è chi dice che la miglior medicina è l’incoscienza del vino, non so se è vero, con me ha funzionato più volte e poi tentar non nuoce.»

Etienne sentiva che aveva un disperato bisogno di incoscienza, così tracannò tutto il bicchiere e ne chiese perfino dell’altro. Se l’uomo era sorpreso non lo diede a vedere.

Si sedette sulla sponda del letto, fissandolo in silenzio.

Altra cosa strana: il suo sguardo, come le sue mani, non gli davano più fastidio. Si ritrovò impercettibilmente a cercarlo, a rispondergli.

«Ti faccio riaccompagnare da quel cocchiere che mi ha chiesto una fortuna per portarci qui. Oh, ma me lo hanno detto che i cocchieri di Parigi son tutti farabutti. Spero vivamente per lui che sia ancora qua fuori.»

Etienne annuì e si sentì arrossire, un po’ per l’imbarazzo, un po’ per la rude premura che aveva avvertito nella frase. Non sapeva che dire quindi se ne uscì con fioco: «Grazie.»

L’uomo inarcò un sopracciglio. Forse quella parola non se l’aspettava e infatti: «Grazie direi che è l’ultima cosa che dovresti dire, se non per questo.» E raccolse la moneta dal mobiletto, rigirandosela tra le dita. «Non ti illudere: non farai un’altra volta tutti questi soldi. Questa notte, diciamo, hai trovato un’occasione.»

Non avrebbe saputo come chiamarla, ma “occasione” non gli sembrava per nulla la parola adatta.

Gli cadde in basso lo sguardo e prese a guardarsi i piedi, torcendosi nervosamente le dita. Il vino stava cominciando a sortire un certo effetto: si sentiva più frastornato di prima.

Fu non molto consapevolmente, allora, che si rese conto del suo tocco tra i capelli. Alzò a malapena gli occhi. Il nobile gli stava accarezzando i capelli con fare distratto, inanellandosi i ricci tra le dita. Aveva gli occhi socchiusi.

«Sono veramente particolari.» Le sue dita scesero sul viso, passarono sopra le labbra, gli accarezzarono il mento prima di prenderlo ed alzarlo verso di lui. «Sai, ragazzino, non sei malaccio. Potresti tirarne su un’attività redditizia, diciamo.»

Meraviglioso: era l’aspirazione della sua vita fare la puttana.

Ma che si pensavano questi nobili? Che uno avesse la dignità così, per gioco, che la svendesse per avere quattro spiccioli? Non era in effetti così che accadeva? si chiese. Non aveva fatto lui la stessa cosa? Quel Luigi d’oro ne era la prova lampante.

Si scostò un poco, abbassando le ciglia. «Mi sento meglio.»

Di nuovo il suo tocco tornò a dargli fastidio, come lo sguardo. Non gli piaceva che lo guardasse così, in quel modo, come fosse, appunto, una merce, un qualcosa da pesare, comprare, su cui lucrarci sopra. Mancava solo che se ne uscisse con “Te la do io la clientela, eh”, mancava solo quello, davvero. Come Lazar, il marito di sua madre, quando era ancora su questi lidi, come diceva le cose lui, come lo guardava lui, quando aveva solo dodici anni.

Il pensiero del suo padrino, inevitabilmente, gli provocò il solito moto di paura e disgusto e rabbrividì. Il nobile Andres lo scambiò per un tremito di freddo.

«Freddo?»

Etienne proprio non capiva perché non se ne andava.

«Dovrei rivestirmi» disse soltanto, sbirciando i vestiti per terra. Gli venne da sospirare. Sperava solo che Agnes fosse addormentata – non riusciva di solito ad aspettarlo sveglia – e che l’indomani non si accorgesse di nulla. Del suo odore, odore di sesso, di uomo: impossibile non avvertirlo, nemmeno un bagno di sali lo avrebbe raschiato via, supponeva.

«Ecco.» Gli passò i vestiti. «Fai in fretta, avanti.»

Aveva riassunto un tono da comando, Etienne se ne stette in silenzio.

In silenzio provò a rivestirsi, infilando dapprima i pantaloni. Ci mise un po’ ad armeggiare con i lacci e nel piegarsi un’altra fitta gli attraversò i nervi. L’aristocratico intanto si era messo gli stivali e stava cercando la camicia.

«È qui» borbottò Etienne, sfilandola da sotto le lenzuola e porgendogliela.

Vide la cicatrice. Di nuovo. Non riuscì a resistere.

«Come ve la siete fatta quella?»

Lui lo guardò con un moto di perplessità tra le iridi. «Perché me lo chiedi?»

«Così.» Finì di allacciarsi le braghe. «Per curiosità.»

Non era vero. Quando l’aveva vista, prima, sotto di lui, in una posizione umiliante al dir poco, non aveva resistito al desiderio di toccarla: ed era stato appunto quel desiderio, quel bisogno, di avvicinarsi a lui, cercare un contatto che fosse diverso, più intimo, sbagliato o giusto che fosse, a trasmettergli sensazioni contraddittorie.

Perché lo aveva attratto, quella cicatrice. Il segno di una ferita sulla pelle ruvida, apparentemente perfetta. Lui, un uomo di quello stampo, con quell’aria orgogliosa, l’aspetto di un condottiere, ecco, aveva una cicatrice. Qualcosa aveva intaccato la sua invulnerabilità, un giorno, qualcosa lo aveva ferito.

«Una ferita di guerra, qualche… molti anni fa.» Lo fissò, l’intensità del verde che si sedimentava nelle ombre della stanza. «Prima…»

«Sì?»

«Prima, tu…»

Gli era sembrato umano solo in quel momento, qualcuno non da collocare troppo in alto, al di là della sua portata, ma un uomo, un uomo come tutti, come lo erano gli altri, come avrebbe potuto esserlo persino lui stesso.

«Prima l’hai toccata.» Sembrava solo sorpreso, ora, dubbioso. «No?»

Rispose al suo sguardo. «Sì.»

«Perché?»

L’aveva cercata, aveva voluto accarezzarla, quasi – e qui davvero rinunciava a capirsi – quasi aveva avuto la tentazione di baciarla. Assurdo. Assurdo com’era stato il suo abbandono, l’accettazione malferma che aveva dimostrato. L’aveva voluta, allo stesso modo in cui lui aveva voluto il suo corpo. Per un attimo, un fuggevole, fragile istante, aveva desiderato averne una anche lui. Una cicatrice, una ferita, un segno qualsiasi nel suo corpo altrimenti bianco e privo di storia. Per ritrovare, attraverso un’incisione, qualcosa che gli dicesse che aveva vissuto.

«Non lo so» ammise alla fine, continuando a guardarlo. «È che… non lo so.»

Dato che ormai erano in ambito di inconsapevolezza, Etienne diede credito all’ultima pazzia e così, senza pensare, alzò la mano a sfiorarlo nuovamente. Non nascondendo la timidezza, ma con decisione, tracciò il rilievo curvilineo della pelle segnata, provando tutto un groviglio di sensazioni di difficile classificazione, che non avrebbe potuto spiegare, anche se avesse voluto.

«Ecco, mi sembrava…»

Ma non poté continuare perché svelto, i movimenti ratti di un perfetto predatore, l’uomo gli afferrò i polsi, imprigionandoglieli lungo i fianchi, ed Etienne non riuscì neanche a sputacchiare un moto di sorpresa.

«Dimmi.» La sua voce era un sussurro, vicino alle labbra. «Dimmi dove…»

«C-cosa?»

«Dove abiti.» Si spostò, andando a mordicchiargli il lobo dell’orecchio. «Dov’è che abiti, ragazzo?»

«Île de la Cité, per…»

«Bene, allora ti ci riporto e vedo dov’è, così so come tornarci.»

«Eh?» Si scostò un poco, puntellandosi con le mani contro il suo petto e sbirciandolo dal basso. «Non ho capito.»

«Sì che hai capito, stammi a sentire.» Lo trattenne per i fianchi. «Possiamo fare così: io ti pago, ogni volta, e bene come questa notte, e tu lo fai, ogni volta, ogni volta che mi viene la voglia farlo, quando te lo vengo a chiedere, ma ci sono delle condizioni.»

Se anche Etienne avesse voluto ribattere, la sua mano premuta lievemente contro le labbra glielo impedì.

«Prima cosa: segretezza. Nessuno lo deve venire a sapere, nessuno.» Gli lanciò uno sguardo cupo. «Sia ben chiaro questo, non te lo devi far scappare con nessuno in possesso di facoltà di parola. Quindi il gatto va bene, tanto non capisce un accidenti.»

Questo lo dici tu, pensò Etienne e provò ad aprire la bocca, ma una maggiore pressione lo tacitò nuovamente.

«Seconda cosa: è un patto fra me e te, vedilo come un contratto, ma solo io e te. Se ti dai a qualcuno che non sia io, ecco, questo non è affatto contemplato. Mi potrei anche arrabbiare. Non devi andare con nessun altro tranne me, chiaro? Nessun altro.»

Etienne sbatté le ciglia. Aveva ancora i palmi contro il suo petto. Li abbassò come lui abbassò la mano dalla sua bocca.

«Allora?» Pareva impaziente, deciso a concludere quella trattativa il più velocemente possibile.

Etienne doveva essere impazzito, più di sua madre.

«Va… va bene.»

Se lo pagava così tanto ogni volta, altro che pane di sorbo, avrebbero avuto scorte di farina bianca per mesi.

E forse non avrebbe fatto sempre così male, forse sarebbe riuscito a guardarsi nella Senna, tutto sommato. Forse avrebbe riassaporato il suo sangue tra le labbra, la solidità della sua carne tra le dita, lui che nella vita mai aveva avuto niente di solido, niente di fermo a cui aggrapparsi.

«Perfetto» fece solo Andres e poi lo riprese contro di sé, sollevandolo per i fianchi. Lo buttò contro il letto senza tante cerimonie e salì sopra di lui. I suoi occhi erano verdissimi come campi di segale matura. «Stipuliamo il contratto: togliti quella roba.»

Ad Etienne non restò altro che obbedire e lo fece con la sommessa e ambigua accettazione di chi ha accettato la grazia insieme alla condanna.

 

Dopo lo sentì bofonchiare: «È tardi, spero che quel nocchiere sia ancora qua sotto.»

Etienne si era infilato la mantella, lo seguì nella fioca penombra del corridoio. Le ombre si addensavano agli angoli, faceva freddo, nel corridoio, più che nel tiepido calore della camera spartanamente ammobiliata.

«Toh.» L’uomo si fermò. Fissava in basso vicino alla porta. «È incredibile, è ancora qui.»

Il gatto rosso lasciò la parete e raggiunse Etienne a piccoli, morbidi passi. Gli si strusciò tra le gambe, emettendo dei bassi miagolii.

«Ha aspettato tutto questo tempo? E poi dicono che i gatti… hai trovato un micione fedele, ragazzo, un micione fedele al suo padrone.»

«No» si sentì dire Etienne e una sensazione pesante gli scivolò addosso, penetrandogli nelle ossa come un alito di freddo. «Lui non ha padroni.»

 

 

 

Lascia una risposta

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: