[Romanzo a puntate] Hyacinthe cap. 6

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VI

Il ragazzo mangiava di buon gusto con la luce che cadeva su di lui in maniera bizzarra, rendendo ancora più luminosi i capelli, simili ad una colata di oro rosso.

Doveva fargli la sua proposta, trovando il momento, possibilmente senza quel gatto che continuava a fissarlo con uno sguardo da cane da muta dall’istinto sanguinario.

Aveva proprio un’espressione sprezzantemente altezzosa, quella bestiaccia, Andres se ne convinceva ogni istante di più. Lo aveva sentito correre tra le vie buie prima, così aveva capito che il ragazzo era vicino. Aveva udito delle urla e dei rumori attutiti. Ancor prima di svoltare l’angolo, individuando il ragazzino a terra, non ci era voluto molto per capire la situazione. Era bastato sparare un colpo a vuoto per far allontanare quei topi di fogna. Ebbene, ora si trovavano al caldo, al sicuro, in un’onesta e tranquilla locanda vicino al Neuf, dove lo aveva portato a rifocillarsi. Sarebbe stato gradito che il gatto si levasse dai piedi invece di rimanere a strusciarsi contro gli abiti del suo padroncino, volgendogli ogni tanto quegli sguardi avversi.

In poco tempo Andres aveva maturato un’ostilità felina davvero impressionante.

Prima strozzo questa palla di lardo rognosa e poi mi faccio avanti, pensò, architettando il modo più efficace. C’era solo di mezzo l’irrisoria questione del consenso, ma era facilmente risolvibile. Per cosa erano stati inventati i soldi, altrimenti? Solo per ritrarre la brutta faccia di Luigi XVI?

«Non mangiate?»

Una frase completa, appena sussurrata, uno sguardo di sfuggita. Il ragazzo aveva avuto il coraggio di aprire la bocca e non per cibarsi.

«Sollazzati tu, a me basta questo.» Prese un’altra robusta sorsata dalla birra che si era fatto portare. Non era male. Era forte e aspra al punto giusto e anche il sidro non faceva pena. Andres si sentiva la testa leggera, chiaro sintomo che si stava rilassando. «Come va?»

«Come?» Inutile: non riusciva proprio a sollevare il faccino per guardarlo in faccia. Teneva lo sguardo attaccato al piatto e al gatto.

«Come va?» Prese a tamburellare le dita sul tavolo. «La ferita. Ti fa ancora male?»

«Oh, no, no» assicurò frettolosamente. «È a posto. Vi ringrazio, vi ringrazio molto, non eravate tenuto, ecco io…»

Arrossiva diventando dello stesso colore dei capelli, aveva notato. Era una sfumatura gradevole. Peccato che sembrasse così lento di comprendonio, avrebbe detto quasi tonto. Beh, si disse, in fondo lui non era lì certo per ascoltarlo. Quel ragazzo era da guardare e basta, se uno voleva sprecar tempo, poi, perché riteneva fosse infinitamente meglio passare ai fatti.

Gli sembrò quasi di sentire una vocina bisbigliare dentro di sé e aveva l’insopportabile giustezza di quella di Louis: rozzo cafone, ma è possibile che pensi solo con le parti basse? La testa che te l’hanno data a fare, per ornamento?

Andres aveva sempre pensato questo, nella vita: una bella testa, una buona spada e un grosso armamentario fisico sono la miscela giusta per sopravvivere di questi tempi e in qualsiasi altro tempo; altro che le barbose massime filosofiche di Louis o i motti araldici di tradizionale saggezza di suo padre, altro che il destino di cui cianciava sempre sua madre; altro che Dio e tutti i Dio che l’uomo crea da sé. Una bella testa, una buona spada e un grosso…

«Ehm, posso ordinarne altro?»

Il pane era quasi finito, il ragazzo se l’era mangiato tutto in meno di dieci minuti.

«Certo.» Attirò l’attenzione di una serva – Gaston avrebbe approvato quel posto un poco più rispettabile – dai capelli ricci racchiusi in una cuffia e la scollatura generosa.

«Cosa desiderate?»

«Altro pane, grazie» fece Andres, poi sbirciò il ragazzo. «Nient’altro?»

«Ehm.»
Avrebbe voluto che se la smettesse con quell’”ehm”. Era irritante. E poi non era abituato ad aspettare tre anni per ordinare qualcosa. «Sentite, lo avete del caffè? Perfetto, portatene per due. Immagino tu non lo abbia mai assaggiato. E anche dei dolci.» Ai ragazzini di solito piacevano i dolci. «Quelli che avete.»

«Non dovete…» iniziò il piccoletto, ma la cameriera era già partita ad elencare i dessert della casa.

«Sì, sì, va bene quella cosa con lo zenzero, pure la cioccolata, ovvio. Portate qui. Come? Ma certo che ho i soldi per pagare. Mi state prendendo in giro?»

«Ma no, ma no, monsieur» si scusò la ragazza, arrossendo «Era solo per chiedere. Ah, posso portare via questo?» Prese il piatto di minestra dove Etienne aveva inzuppato il pane. «Vi è piaciuto?»
«Oh sì, sì, molte grazie.»

«Ma che bel ragazzo» cinguettò lei. «Avete degli occhi davvero belli e anche il vostro micino è molto grazioso. Posso accarezzarlo?»

«Uhm, beh, non so se…»

Il gatto sgranò un occhio e sibilò con fare niente affatto accomodante.

«Che gatto maleducato» osservò Andres. «Dovete scusarlo, signorina, essere così screanzato con una graziosa fanciulla come voi.»

«Oh, oh, ma che dite.» Donne: un complimento e andavano in brodo di giuggiole. Si rivolse ad Etienne. «Non fatevi vedere dal padrone con il vostro animaletto, è così rigido per queste cose.»

«Ma certo» E il ragazzo sorrise un poco, sorriso che contagiò la cameriera, la quale se ne andò contenta ed omertosa.

Ma bene. Saltava fuori che aveva denti non solo per mangiare. Non si sarebbe detto, ma quel giunco di ragazzino s’ingozzava come e più di un marinaio. Stava masticando l’ultimo tozzo di pane.

«Prendi del vino.» Andres lo aveva fatto portare anche per lui, un po’ di alcol forse lo avrebbe reso meno rigido. Aveva evitato i vari liquori che offriva la casa, quelli al cedro, all’anice o chissà con quale altra roba importata dalle colonie. Troppo leggeri. «È buono.»

«Vi ringrazio, ma non sono abituato.»

«Allora è la volta buona per iniziare, no?» Sfoderò un sorriso da repertorio. «Sei ancora un po’ pallido, mi sembra.»

Vide il suo pomo d’Adamo fremere. «Va bene» cedette, alla fine. Allungò una mano. «Ne prendo un sorso.»

Dita fini, polsi sottili. Anche il collo era liscio, la forma delicata. Andres si era soffermato su quei dettagli, visto che teneva il viso sempre distolto. Era grazioso, forse troppo, sicuramente troppo per un ragazzo. Non si dovrebbe essere così, gli veniva da pensare: un maschio non dovrebbe essere così. Certe cose si tollerano solo in una donna.

«Mai assaggiato del caffè, vero?»

«Quella cosa che viene dalle Americhe? Il liquido nero?» Scosse la testa. «No.»

Lo immaginava. Si chiedeva da quanto tempo non mangiasse decentemente. Prima, quando avevano portato la zuppa e pane vero, di grano, la crosta dorata e croccante, non quell’impasto di crusca e farina d’orzo che i fornai vendevano come tale con tanto sprezzo del buon gusto civile; quando si era trovato davanti quel pane tondo, l’aroma morbido di farina mescolata a lievito di birra, ci era mancato poco che si mettesse a frignare per la commozione. Lo aveva divorato in pochi secondi, come se si aspettasse che da un momento all’altro qualcuno glielo togliesse dalle mani.

Andres aveva osservato la sua voracità con occhio critico, inarcando un sopracciglio. Era arrivato alla conclusione che il ragazzino, come molti di lì, doveva soffrire non poco la fame. Così magro e con tutta quella frenastenia… questo rendeva il terreno di conquista ancora più fertile.

Da che mondo è mondo è la fame, più di ogni altra cosa, a dare un prezzo alle cose, anche quelle che dovrebbero non avere un prezzo, quelle che, in realtà, non lo hanno mai.

Quello era un ragionamento alla Louis. C’erano volte in cui avrebbe voluto non aver suo fratello così frequentemente in testa. Poi, questo era il momento più inadatto per quel che si stava prefiggendo di fare.

«Hai ancora fame?»

«Eh? Oh, un… un po’.»

«Hai mangiato questa sera?»

«Mm.»
«Mm che mi sta a significare?»

Di nuovo il rossore gli invase le guance. «Scusate, volevo dire che ho mangiato lì dove lavoro.»
«E dove lavori?»

Strategia, lì ci voleva strategia. Ogni battuta di caccia è per un quarto istinto, per un quarto strategia e per due quarti abilità seduttoria. Andres non aveva mai fallito fino ad ora e non aveva certo intenzione di farlo adesso.

«In una locanda, come servitore. Un posto di ristoro.»

«So cos’è un posto di ristoro» disse in tono leggero, ma il ragazzo sembrò ritrarsi ancora di più. Più Andres provava a scalfire la sua diffidenza, più lui si richiudeva a guscio. Più lo sentiva parlare, doveva ammettere, in quei pigoli un po’ imbarazzati e un po’ scostanti, meno gli risultava in simpatia e più si eccitava all’idea di averlo.

Diavolo, aveva proprio l’aria di una pecorella smarrita pronta ad essere sbranata da un lupo.

«Ecco qui il caffè.» Arrivò la cameriera. «Spero che sia di vostro gradimento.»

«Certamente» sorrise Andres e prese la sua tazza.

A quell’ora tarda non erano molti gli avventori, ma il locale aveva un’atmosfera pulita e accogliente, avvolto dal fumo delle tabaccherie. Andres osservò il liquido nero, annusò prima di assaggiare: aveva un profumo forte, aromatico, ne bevve un sorso robusto, mentre il ragazzo maneggiava la tazza come se si trattasse di una reliquia preziosa e fragile.

«Buono?»
«È amaro» fu la risposta accompagnata da una piccola smorfia. Riposò la tazza, che il gatto si mise ad annusare con piatta alterigia.

«Meglio il vino, no? Avanti, prendi. Stavamo dicendo: quindi lavori come servitore? È pesante?»

«Un poco.»

«E che altro fai per vivere?»

Ci scommetteva il suo Rocinante, fiera e fedele cavalcatura, che quel ragazzino facesse ben altro che lavori onesti per sopravvivere.

«Perdonatemi, come mai volete sapere… come mai siete così interessato?»

Forse il vino stava facendo un qualche effetto.

«Così, per fare conversazione.» Lo scrutò, attentamente, costringendolo ad abbassare ancora gli occhi. «Ti dà fastidio per caso?»

«No, no, figuratevi.»

«Sembra di sì.»

«No, no» rimarcò. «Ci mancherebbe, è solo che… non capisco…»

«Cosa?»
«Ecco, come mai… siete stato davvero molto gentile a portarmi qui e offrirmi una cena, però io non ho chiesto, insomma, mi chiedevo perché…»

Gli avrebbe voluto dire di svegliarsi: secondo lui perché uno lo toglieva dai guai e gli offriva la cena? Forse per godere della sua sciolta e piacevole parlantina e della compagnia di quel rognoso gatto? Sarebbe stato da scuoterlo per le spalle, intimandogli di andare sul concreto invece di infiocchettare parole come accadeva nell’alta società.

Andres odiava la spossante etichetta nobiliare riguardo la buona conversazione; la odiava profondamente. Per questo decise di darci un taglio.

«Stammi a sentire…»

Proprio in quel momento tornò la cameriera con il vassoio dei dolci. «Per voi, caro, dolcetti di zenzero e cioccolato. Vi ho anche messo della glassa, non ditelo al padrone.»

«Oh.» Il ragazzo sembrava aver visto la Madonna. «Oh, grazie, grazie, grazie.»

Aveva uno sbuffetto di caffè rimasto sul labbro, il gatto si avvicinò con la lingua a leccarglielo. Lui ebbe un moto di sorpresa. «Ehi.»

«Oh, ma che gattino delizioso. De-li-zio-so. Vado a vedere se è rimasto del pesce in cucina, qualche lisca magari.»

«Siete gentilissima, non so come ringraziarvi.»

«Per un ragazzo così carino di modi come voi, ma figuratevi! Mi ricordate tanto il mio fratellino.»

Il gatto diede un’altra leccata, morbida e sinuosa, e al rosso scappò un risolino. Poi la bestiaccia si girò verso Andres e lui avrebbe potuto giurare, davanti all’Altissimo e a tutti i santi, che gli stesse facendo una pernacchia.

Lurido bastardo, pensò, fumando, mentre quello lo sbeffeggiava, agitando la lingua e sfiorando le labbra carnose del ragazzo, labbra rosee, piegate all’ingiù, la forma malinconica e femminile, elegantemente e ambiguamente femminile. Sembravano così morbide…

«Ti ammazzo» bisbigliò all’indirizzo del gatto, mimando il gesto di strozzarlo passandosi un dito sul collo. «Ti…»

«Posso portare via questa?» La cameriera lo costrinse a nascondere il gesto. Stava indicando il boccale di birra ormai vuoto.

«Certo, fate pure.»

Quando se ne andò, il gatto aveva smesso di leccare, apriti cielo, anche se continuava a guardarlo con un’aria proprio da schiaffi, spaparanzato sul grembo del padrone, mentre lui si dava allegramente a tutto il ben di Dio che aveva davanti.

«Non so davvero come ringraziarvi. Credetemi, non merito tutta questa generosità. Ah, se tutti i nobili fossero… non che voglia dire qualcosa contro di voi, assolutamente! Voi signori… non sono avvezzo di questo genere di cose, in realtà è la prima volta che incontro…»

«Senti, ragazzo, quanto vuoi per una notte?»

Mandò all’aria i suoi progetti di andarci piano. Il timido sproloquiare di lui s’interruppe.

«Co… come?»

«Mi hai capito.» Il tono era rude, se ne rendeva conto, ma non ce la faceva più a girarci intorno. Un’intera cena, per la miseria! Aveva resistito anche troppo. «Ti sto chiedendo se saresti disposto a darti per dei soldi. Mai accaduto prima? Prima sulla strada quei ragazzi… non è che hai avuto un disguido con dei clienti?»

Era ritornato rosso, un rosso più cupo. E, per la prima volta, ad Andres venne in mente un pensiero, strano, in quel contesto. Una domanda, in realtà: da quanto tempo non vedeva arrossire qualcuno? E lui, lui era mai arrossito?

«Io veramente…»

«Non è un’accusa la mia. Forse non ci siamo capiti.» Gli venne da sospirare, ora. «Se non è così, dimmelo perché io ho da farti questa proposta.»

Aveva smesso di mangiare. Guardava ovunque tranne lui. No, forse non era uno che si vendeva, pensò, forse per lui era la prima…

Quel pensiero lo colpì come lo zoccolo di un cavallo imbizzarrito. Strinse forte il bordo del tavolo. «Non mi dirai che sei…» Non ci credeva. «Sei vergine

Il ragazzo parve sprofondare nella sedia. Il gatto emise un sibilo, come di avvertimento, occhi duri che al contrario del padrone lo guardavano, dritto in faccia, senza tentennamenti. Occhi che sapevano di… accusa?

Se Andres avesse potuto, lo avrebbe sul serio preso a calci. Ma da quando in qua un gatto si permetteva di rivolgere uno sguardo del genere ad un uomo? E da quando in qua un uomo si preoccupava di un gatto? Un uomo come lui?

«Allora? Ti hanno morso la lingua?»

Il ragazzo bofonchiò qualcosa di incomprensibile, il suo imbarazzo avrebbe fermato una persona dotata di un minimo di tatto, ma Andres, lo sapeva bene, quella qualità non l’aveva mai avuta, né, in realtà, si era mai preoccupato di possederla.

E quindi sbuffò: «Sei vergine o no?»

Un lieve sussulto e un altro pigolio. «Perché…»

«Ti devo spiegare il perché lo voglio sapere? Suvvia» riprese a tamburellare le dita sul tavolo, «non prendiamoci in giro. Non mi piace girare intorno alle cose, ragazzino. M’interessa la merce, diciamo, e sono disposto a pagare, ti ho detto. A pagare molto.»

Gli sembrava di aver messo lo giusto spessore nell’ultima frase.

Lui continuava a non guardarlo, ma sussurrò: «Pagare?»

Ecco la lingua universale: quando si parla di soldi tutti si capiscono.

«È per te una novità?» Per quanto sembrasse imbarazzato, Andres non credeva che fosse del tutto estraneo a quel genere di cose. Dietro l’aspetto angelico quel ragazzino puzzava di tentazione. Era impossibile che nessuno gli avesse mai chiesto nulla.

«No.» Distolse lo sguardo a guardare dietro la finestra del locale, la strada buia. «Non esattamente.» Emise un profondo sospiro. «È che non ho mai…non ho mai, ecco, io, mai integralmente…»

Dio mio, quella era la sua serata fortunata.

«Ti pagherò il doppio di quanto si prende di solito, anzi, ti pagherò un Luigi d’oro. Oro vero.»

Lo vide impallidire, lo sgomento che si leggeva facilmente sul viso chiaro.

«Un Luigi d’oro?»

Quel vino doveva avergli fuso il cervello: nessuna sgroppata valeva tutti quei soldi, ma di fronte alla ritrosia del ragazzo Andres gli avrebbe dato anche di più. Lo voleva. Non ricordava a quando risaliva l’ultima volta che aveva voluto una cosa altrettanto intensamente. Voleva prendere quel rosso, quel bianco, quell’aura innocente: un’innocenza da violare e sprofondare nell’abisso dei sensi così da fargli perdere ogni contorno di irraggiungibilità, come gli sembrava adesso nel percepirla.

«Io ti voglio.»

Il ragazzo alzò impercettibilmente gli occhi.

«Ti voglio questa notte e ti pagherò. Tutto quel che vuoi, ma…»

Non si era sbagliato, quella volta, sul colore degli occhi: un azzurro violaceo, di quell’indaco soffuso dei campi di lavanda della Provenza, il riflesso d’acqua al crepuscolo. Al bagliore delle lanterne e della luna di fuori vedeva chiaramente il colore degli occhi e vide anche, in fondo, vide guizzare il bagliore dell’attrazione o forse gli sembrò solo di scorgerlo, chissà. Per darsi una giustificazione, una ragione, una qualsiasi.

Nessuno lo aveva mai guardato in quel modo. Così arrendevole, nella fermezza, così saldo, nella soggezione. Erano sempre stati sguardi di rispetto che aveva ispirato, di sottomissione, al massimo di timore, forse nemmeno una volta d’amore.

Si alzò di colpo, preso da un’inspiegabile frenesia. Il ragazzo continuava a guardarlo, in silenzio.

«Pensaci. Non ti sto costringendo a fare niente. La mia è una proposta. Prendere o lasciare, tutto qui. Pensaci.» Si scostò dal tavolo. «Ora vado alla latrina, quanto torno se sarai ancora qui significa che hai accettato, altrimenti prendi pure quei dolci e vattene. Buona serata e tanti saluti, sarà come non essersi mai incontrati.»

Pareva fremere per dire qualcosa, ma non gli uscì niente dalla bocca. Lo fissava e basta.

Andres si allontanò, da quello sguardo, dalla strana sensazione che gli era scivolata in corpo nel ritrovarsi davanti la nudità dei suoi occhi.

Ora, sinceramente, non avrebbe saputo dire se, nel tornare, avrebbe voluto che il ragazzo fosse ancora lì. Non ne era sicuro, troppo repentino e illogico era stato il cambio di prospettiva.

Che notte balorda, pensò, una volta giunto alla latrina e lasciati gli ormeggi delle braghe. Che notte insensata. Doveva essere l’aria malsana di questa città, certo: Parigi, così misera, corrotta e perduta, dove tutti si perdevano alla ricerca del proprio Dio – qualunque esso fosse.

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