[Romanzo a puntate] Hyacinthe cap. 5

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«Ti dovrei chiamare Belva oppure Incosciente o tutte e due le cose: Belva Incosciente. Che devo fare con te? Mi causi un mucchio di problemi.»

Il gatto, come era ovvio, non rispondeva.

Camminava dritto davanti a lui, fermandosi ogni tanto ad aspettarlo, quando rallentava. Etienne sinceramente si sorprendeva del fatto che continuasse a seguirlo dopo tutti quei giorni. Non capiva proprio perché. Aveva l’aria pasciuta di un gatto trattato bene, sempre con la pancia piena, il pelo morbido, curato. Per un po’ era arrivato a sospettare che si trattasse dell’animale di compagnia di qualcuno, forse una famiglia borghese, forse persino aristocratica, ma poi si era ricreduto: quel felino, qualunque origine avesse, se un cantuccio di strada o un bel salotto, conduceva la propria esistenza in solitaria. Etienne lo vedeva la mattina, ogni tanto il pomeriggio, ma era capace di volatilizzarsi per giorni e poi tornare solo a sera con un pesce tra i denti.

Tornava, sì che tornava, forse per avere un posto in cui dormire. Intanto Etienne gli aveva preparato un pagliericcio vicino al proprio letto, ma il gatto preferiva infilarsi tra le coperte, con lui, e, dopo i primi tiepidi moti di protesta, aveva accettato quell’invasione di territorio. In cuor suo lo aveva fatto con impalpabile piacere. Il gatto era morbido, il suo pelo folto, adatto per affondarci le mani, per stringerlo a sé. Nel letto, la notte, si faceva abbracciare, cosa che non permetteva durante il giorno; si rannicchiava contro il corpo di Etienne, scavando una nicchia di tepore nelle lenzuola, ed era bello. Una sensazione piacevole. Un barlume nelle notti solitarie. Gli ricordava quando da piccolo dormiva con sua madre, accanto al suo calore, nel profumo della sua pelle. Quando ancora sua madre si faceva toccare.

«Non voglio darti un nome» continuò, aggirando l’angolo di una strada traversa a via del ponte Neuf. «E se poi te ne vai? Tu hai l’aria di uno che se ne va.»

C’erano volte in cui sembrava proprio che quel micio capisse quel che stava dicendo. Come adesso: i suoi occhi erano liquidi, liquida ambra dorata al lume della luna.

«Io non li ho mai sopportati, sai. Quelli che se ne vanno.»

Quelli che fanno promesse e poi scappano. Quelli che la vita ruba via. Come suo padre.

Lui non aveva mai conosciuto suo padre, non sapeva nemmeno in che modo rideva, com’era il rumore dei suoi silenzi. E sua madre? Anche lei, che era ancora qui, si chiedeva, non era andata via anche lei? Persa nel suo mondo, nelle ferite dello spirito, più difficili da guarire di quelle della carne. Questa gliel’aveva detta padre Armand. Lo spirito non si cicatrizza. Sanguina e, a volte, il suo sangue è rosso, come la vita.

«Se ti dessi un nome» stava ancora parlando, «ci sarebbe una sorta di legame e io non voglio, tu non vuoi, nessuno lo vuole a questo mondo. O forse alcuni sì, non so, chi riesce.. anche se poi fa male.»

Il gatto continuava a guardarlo. Inutile: non solo era scemo a parlare con un animale, ma diceva anche cose insensate.

«Lascia perdere» borbottò in conclusione.

Alzò il bavero del mantello, si sistemò il cappuccio. La notte era fredda anche in quel periodo primaverile, la luna spolverava d’argento i tetti delle case e gli angoli addensati di ombre. Non c’era nessuno in giro, Etienne procedeva celermente. Non si poteva mai essere sicuri per le strade, ladri e disperati bazzicavano ovunque; gente disposta ad ammazzare per quattro sporche lire o un pezzo di pane – suo padre, in fondo, era morto così, assassinato da un poveraccio qualsiasi, un giorno qualsiasi. Avrebbe dovuto evitare di andare in giro da solo, Jussac glielo ripeteva fino allo sfiancamento, come Agnes, ma d’altronde non aveva alternativa. L’unica cosa che era riuscito ad ottenere da Larousse era un turno più corto alla stessa paga, le mance erano minori, ma rientrava poco dopo la mezzanotte, battendo le vie più affollate, coprendosi con un mantello fino alla punta dei capelli.

Quella notte, comunque, via del ponte Neuf era quasi deserta; gli era sembrato di scorgere un manipolo di ubriachi riversarsi in strada da una bettola affollata e quindi aveva cambiato strada, inserendosi in una via laterale più stretta e ancora più vuota, abitata prevalentemente da ratti e gatti, compagnia che, personalmente, riteneva migliore di quella umana.

Da quel punto si sentiva il lento sospiro del fiume, Etienne lo seguiva soprappensiero. Fra poco sarebbe apparso il ponte, il luogo dove anni prima era morto suo padre, il posto preferito per le impiccagioni, lì a Parigi, e dove un tempo andava di moda sfidarsi a duello. Se fosse uscito qualche ora prima avrebbe assistito certamente ad uno spettacolo interessante: al Neuf venivano saltimbanchi e cantastorie, si recitavano vecchie canzoni risalenti ai tempi più remoti, e ci si beffava di tutto e di tutti, dal popolino alla grande aristocrazia fino alla casa regnante. Ministri, polizia, membri del clero, nobili: nessuno era escluso dalla verve al vetriolo del popolo. Gli epiteti più coloriti erano riferiti alla Corte.

Mentre procedeva con passo rapido, il gatto che gli camminava davanti, alzò lo sguardo verso il cielo, sorprendendosi di trovare una luna così grande dall’alone soffuso, speronata da rade nubi che forse preannunciavano pioggia per l’indomani.

«Domani mi sa che te ne stai a casa» rifletté a voce alta, rivolto al gatto. «Se vai a caccia di topi troverai solo pantegane viscide, ci scommetto.»

Avrebbe dovuto cercare un lavoro domani, l’ennesimo. L’apprendista in una bottega sarebbe stato l’ideale, certo non una conceria – non sarebbe sopravvissuto nemmeno un giorno –, ma qualcos’altro, anche un lavoro pesante. La fatica, a lui, non spaventava. Erano altre cose che lo spaventavano, cose come gli occhi incavati dalla fame di sua sorella o i propri che scorgeva nel riflesso della Senna. Jussac sosteneva che lui aveva gli occhi puri degli angeli delle chiese, ma Etienne, per quante chiese avesse visitato, non aveva mai visto nei candidi visi immacolati di quegli esseri degni le stesse ombre che c’erano nei propri.

Rumore di passi. Li udì distintamente. Voci.

«Oh, eccola qui, ve l’avevo detto che si era infrattata in qualche lurido angolo. Non è contenta, la puttanella, se non va tra i topi.»

Panico. Lo sentì crescere, montare – straripare –dentro di sé. Dall’angolo della strada sbucò una sagoma, la riconobbe immediatamente, come aveva riconosciuto la voce.

«Saudigny» sibilò.

«Ehilà, vai in giro di notte tutto solo? Pessima mossa.»

Indietreggiò, istintivamente. Si stava già girando per correre via, col gatto appresso, che sibilava piano tra i denti, quando si accorse di altre due figure, dietro di lui, sbucate anch’esse all’improvviso nella strada. Distinse la sagoma robusta di Stefan Grenouil e quella altrettanto alta di Bernard Saudigny. Maxime gli stava davanti e il biancore dei suoi denti risplendeva contro le labbra sottili, increspate in un ghigno.

«Tu non vai da nessuna parte.» Con uno spintone Stefan gli impedì qualsiasi via di fuga. Il gatto soffiò minacciosamente.

«Attento al micio, graffia peggio di questo bastardello.»

«Rognosa belva.» Stefan afferrò il gatto, quello cominciò ad agitarsi, tirando fuori gli artigli. Etienne ebbe un singulto.

«Lascialo stare!»

«Io non mi starei a preoccupare di lui, al posto tuo.» Maxime si avvicinò, Etienne indietreggiò. Non si accorse del muro dietro di lui fino a quando la sua schiena andò a sbatterci. Un rivolo di paura gli attraversò la colonna vertebrale come una goccia gelida di acqua sporca.

Maxime Saudigny aveva un sorriso divertito e torbido. «Ci hai fatto penare per trovarti. Che fai? Calchi i vicoli più sordidi come la sordida cagna che sei? Ah, Rochand, io e te abbiamo dei conti da sistemare.»

«Noi» borbottò Stefan, impegnato a trattenere il gatto.

Bernard se ne stava in silenzio.

«Sì, sì.» Maxime non lo degnò di un’occhiata, continuava a tenere gli occhi fissi su Etienne. «Mi pare di ricordare che tu mi abbia sputato l’ultima volta e te ne sei bellamente fuggito, poi. Questo non mi è piaciuto, sai. Proprio per niente.»

Etienne stava soffocando dalla paura, dall’inquietudine, dal dubbio, ma lo stesso si costrinse a parlare: «A me sì. Molto.»

Gli occhi di lui si restrinsero, non poté fare a meno di bearsi per la sua stizza, ma la beatitudine durò poco: il tempo necessario a fargli alzare la mano. Fu talmente veloce il gesto che non lo vide. Il pugno lo colpì in piena pancia, sentì le ginocchia cedere e si accartocciò.

Lui ne approfittò per abbassargli il cappuccio e afferrarlo per i capelli. Si ritrovò davanti i suoi occhi, stretti, scuri e infossati.

«No, decisamente non mi garba quando apri la bocca, anche perché, a quanto so, la usi per cose sordide e immorali.» Rise alla sua espressione, ma un riso storto, senza eco. C’era disgusto nella sua voce, mentre i suoi occhi lumeggiavano laidi. «Chi me l’ha detto? Si sa, Rochand, si sa cosa fai. Ma non ti vergogni neanche un po’?»

Etienne provò a ritrarsi, annaspò nella sua stretta. Sentiva il panico scavare una nicchia gelida al centro dello stomaco, il cervello congelato dalla paura, i pensieri come stalattiti che pendevano tremanti sul bordo della coscienza. Un altro pugno gli trafugò l’aria dalla gola.

«Quelli come te non dovrebbero calcare la stessa strada delle persone perbene. Ci insudici con i tuoi comportamenti deviati. Quelli come te dovrebbero solo non esistere.»

«La… lasciami» riuscì a balbettare.

Aveva chiuso gli occhi. La paura si mescolò alla rassegnazione, all’impotenza, ad un soffio di rabbia troppo flebile, soffocato nel petto. Avrebbe dovuto reagire, ma sapeva che sarebbe stato solo peggio: che la resistenza, invece di farli resistere, li avrebbe incitati, che così succede sempre in tutti gli angoli di quello mondo sporco.

Abbassò la voce fino a farla diventare un bisbiglio: «Lascia stare il gatto»

«Oh, ma che cosa commuovente.»

«Lascialo.»
«E a te non ci pensi?»

Cosa potevano mai fargli? Etienne alle ossa malandate e ai lividi da botte ci era abituato. Maxime era capace di bruciare il felino solo per sadico divertimento. Sia lui che i suoi compari partecipavano alle lotte dei gatti con gli altri ragazzi del quartiere e, nel momento in cui uno degli animali perdeva, non si facevano remore a toglierlo di mezzo, di solito architettando il metodo più doloroso e bizzarro possibile.

«Stefan! Molla il gatto!»

«Avevamo detto che questo schifoso lo facevamo a pezzettini. Guarda cosa mi ha fatto. Ho ancora i segni!» La faccia di Stefan Grenouil, già non gradevole normalmente, risplendeva di tagli e unghiate, la pelle ruvida e rovinata dai vapori delle concerie.

«Non è il gatto che bisogna raddrizzare.»

L’alito di Maxime sapeva di vino, di fiato pesante. Etienne provò a scostarsi e quel movimento gli valse uno spintone che lo spinse contro il muro. Cadde, rovinando a terra, un tonfo alla nuca che lo fece guaire. Intanto Stefan aveva mollato il gatto, che fuggì via, perdendosi nel buio della strada.

«Vedi?» Maxime scrollò le spalle. Era davanti a lui, in piedi, incombente, e fece un sorriso, un sorriso che sembrava quello di una brava persona. «I gatti sono i peggiori fedifraghi del mondo. Sono opportunisti, ti usano quando gli servi e poi…» Fece svolazzare la mano, il ghigno che si spalmava su tutta la faccia. «Ma tu questo lo sai meglio di me, vero?»

Etienne non rispose. Attraverso le palpebre semichiuse vide che si faceva prossimo, armeggiando con un oggetto che si avvolse attorno alla mano. Era una fascia di coramella, di quelle che si usano per affilare i rasoi. Agitò il pugno verso di lui ed Etienne sbarrò gli occhi, ritraendosi di scatto.

«Il tuo problema è la faccia, quella e tutto il resto. Fa venire strani pensieri, strane cose. Tu hai qualcosa di strano, Rochand, qualcosa di sbagliato.»

Il panico a quel punto traboccò, sgorgando dal ventre ed espandendosi per tutto il corpo. Con un verso inarticolato Etienne si alzò e tentò di fuggire. Stefan lo bloccò, ma lui si agitò tra le sue braccia poderose, scalciando e iniziando ad urlare.

«Che ti prende adesso? Prima eri tutto calmo. Ti sto facendo un favore, mi ringrazierai un giorno.»

Ma Etienne non lo ascoltava. Tremava, tremava vistosamente e non per il freddo. Sulle labbra sentiva il gusto acre di qualcosa che superava il semplice terrore fisico.

«Andate via! Lasciatemi, lasciatemi, non…»

«Maxime» questa era la voce di Bernard, tesa, accelerata, «non si era parlato di questo.»

«Stai zitto, gli voglio solo dare una lezione.»

«Aspetta, è troppo, qualche calcio e pugno va bene, ma non… lascialo perdere, avanti, è solo un ragazzino.»

Per farlo smettere di agitare, Stefan gli diede un calcio alle gambe, le ginocchia di Etienne toccarono terra. Era fredda. Come la notte attorno a loro, come la luna. Stava aprendo la bocca per rimettersi a gridare, pronto a tirare calci e pugni inutili, quando sentì un rumore di passi che proveniva dalla strada adiacente. Maxime e Bernard smisero di battibeccare, Stefan si irrigidì.

«Maxime?» chiese allarmato.

Bernard era già pronto a fuggire: afferrò il braccio del cugino, strattonandolo. «Saranno le guardie attirate dalle sue urla.»

Maxime fece scattare la mascella. «Cosa dite? Sicuramente sarà solo…»

I passi si facevano più vicini. Poi ci fu il risuonare di uno sparo.

«È un uomo armato! È un uomo, oddio sono le guardie, ci sono gli sbirri, Maxime, ci sono…»

«Svignamocela!»

Etienne non capì chi lo avesse detto, in realtà in quel momento non stava capendo più niente. Raggomitolato contro il muro chiuse gli occhi, sommerso dalla marea di rumori e voci e gli parve di riconoscerne un’altra, in quella confusione, una che non aveva mai sentito. Una voce dura, alterata.

«Luridi pezzenti! Vi faccio ingoiare le viscere se provate a derubarmi, mi stavate tendendo un agguato?»
«Lasciatemi, monsieur, lasciatemi, vi prego!»

«Dov’è il gatto?»

«Cosa?»
«C’era un gatto, lì, l’ho perso di vista e ho sentito delle strilla e dei lamenti, cos’era? Vi avviso che non sparo più a vuoto e ve li faccio assaggiare tutti nel culo i proiettili che sono rimasti, capito?»

«N-non so di cosa…»

Etienne stava tremando, non riusciva ad alzarsi. Tutto ciò che fu in grado di fare fu stringersi le ginocchia al petto. Poi sentì qualcosa. Qualcosa di morbido e ruvido al tempo stesso, sulla guancia. La lingua del gatto.

«Sei qui» mormorò, le labbra secche, sgranando gli occhi. «Sei tornato.»

Il micio gli affondò nel petto, nella camicia sotto la carmagnola, strusciandogli addosso.

Con mano tremante Etienne sfiorò il suo muso e poi lo scrollò. «Stupido gatto» borbottò, a metà tra la gratitudine e il risentimento. «Mi hai fatto morire di paura.»

«Miau!» soffiò quello, insofferente, e sembrò quasi fargli una pernacchia.

Etienne sbuffò, provò ad alzarsi. Dall’altra via provenivano ancora rumori.

«Ma chi…»

Passi. Passi che si avvicinavano. Macinanti, dalla cadenza marziale. Per un momento fu di nuovo preso dalla morsa della paura e forse l’unico motivo per cui non fuggì via non fu la stanchezza che gli ammorbava il corpo, né il sibilo del gatto, ma fu la voce che sentì. Un tono rude, il timbro aspro, una voce come non ne aveva mai sentite prima con una parlata sconosciuta al suo orecchio.

«Repugnantes plebeyos dime te si tengo que perder tiempo con cierta chusmas… ah.»

Un uomo si affacciò sul vicolo. Il bagliore lunare era abbastanza chiaro da far intravedere la sua ombra tremolante sul selciato sconnesso.

«Ragazzo, ce la fai ad alzarti?»

Annuì debolmente. Cercò di balbettare dei ringraziamenti. Non sapeva chi era, se non che il suo arrivo lo aveva salvato dal farsi fracassare la faccia. «Grazie, monsieur, quei ragazzi, loro…»

«Cosa volevano quei pezzenti? Ho sentito delle urla.»

«Volevano derubarmi.»

«Ah, dei ladri! Certo che ce n’è di feccia in giro.»

«Già» concordò e sollevò un ginocchio per rialzarsi. Lo fece con fatica, le gambe tremanti. Accusava il dolore dei pugni. «Davvero, vi ringrazio.»

Sollevò lo sguardo. Occhi verdi, di un color verde cupo come foresta, lo stavano soppesando con attenzione. Si chiese se fosse una guardia, ma non indossava nessuna uniforme.

«Sei sicuro di stare bene?» Aveva un tono di voce asciutto, si sarebbe detto spiccio e brusco, ma c’era una nota di premura appena percepibile che lo fece arrossire.

«Sì» fece con un fil di voce. «Sto bene.»

Era alto, notò subito. Aveva un’aria familiare, Etienne ebbe la netta sensazione di averlo già visto, ma non ricordava dove, né quando. Paludato in un mantello scuro e lungo, le spalle ampie, il viso semicelato dalla penombra lunare, aveva l’aspetto di un’ombra imponente.

«Sei stato aggredito?»

Prese a massaggiarsi il braccio. «Veramente…»

«Stai perdendo sangue.»

«Cosa?»
«La bocca.» Indicò il suo viso. «E i tuoi vestiti.»

Si accorse solo allora di averli tutti in disordine. In preda all’imbarazzo, si riassettò e si sfregò via il sangue dal viso. Gli girava la testa.

L’uomo, intanto, non pareva per niente imbarazzato. C’era una luce strana nei suoi occhi, un guizzo di malizia. «Ti hanno fatto male? Sei ferito?»

«Io…»
«Guarda che sto cercando di aiutarti.»

«No, è che… va tutto… io…»

Etienne si sentiva patetico, ma un insistente ronzio alle tempie gli impediva di dare fluidità ai propri pensieri e alle proprie parole. Cosa che l’altro non fece finta di non notare.

«Di’ un po’, ragazzo, riesci a finire una frase?»

Si sentì arrossire, stavolta platealmente. Il sangue gli andò tutto alla testa. «Non…»

Non se ne rese pienamente conto: un attimo prima stava in piedi, lo sguardo distolto all’uomo di fronte a sé, e l’attimo dopo il pavimento scompagnato della strada gli veniva pericolosamente contro. Non si accorse di aver perso l’equilibrio e di stare per cadere, si accorse solo delle braccia che lo afferrarono, un gesto fulmineo, preciso, e poi il calore spazzò via il freddo di quella notte. Il calore dei vestiti dell’altro, di un corpo estraneo, ma caldo.

«Attento.» Una mano gli scostò delicatamente la nuca. «Hai perso altro sangue, qui, da dietro. Devi stare fermo.»

Mugugnò, la guancia a contatto con il petto dell’uomo sotto la stoffa fine di una camicia. Poteva sentire quasi il battito del suo cuore, lento e regolare, tranquillo. E sentiva il suo odore, un odore forte, un po’ grezzo, che parlava di una notte agitata, di una vita agitata, aspro come il suo tono, però non era sgradevole. Era un buon odore.

«Scusatemi, non voglio disturbarvi. Va tutto bene, perdonate la sconvenienza. Ho solo dei giramenti.»

«Ripeto che devi stare fermo, altrimenti svieni.» Aveva il tono autoritario di chi era abituato a farsi obbedire. «Non sei nelle condizioni di andare da nessuna parte.»

«Ma io…»

«Ho visto scivolare quel gatto in strada e ho sentito dei rumori. Mi è sembrato che mi stesse chiamando – che cosa assurda, vero? Forse voleva trovare qualcuno che aiutasse il suo padroncino, ebbene ha trovato il fesso.» Non lo mollava, la sua stretta era ferma. «Su, fatti aiutare, ragazzino.»

«Non vorrei…»

«Prima di tutto bisogna levarsi da qui, senti che tanfo, ci saranno pure i topi. Non dovresti andartene così spensieratamente a spasso da queste parti, sai?»

«Veramente…»
«Poi non ci si deve sorprendere se si rischia un agguato. Almeno io vado con le mie precauzioni.» Indicò qualcosa al fianco, un gonfiore che doveva essere la pistola con cui prima aveva sparato.

Sollevò lo sguardo, lui che gli teneva le mani strette sulle spalle. I suoi occhi sembravano baluginare nell’ombra lunare, avevano un riflesso duro come l’acciaio battuto dall’armaiolo, ed Etienne, incerto, sfiorò quel verde come avrebbe fatto davanti ad una fiamma. Distinse, anche nell’ombra, i suoi lineamenti: erano forti, marcati, le labbra piene e la mascella squadrata gli davano una certa aria rapace. La sua carnagione era più scura del normale, un colore tendente all’olivastro, il colore del grano cotto.

«Signore.» Si scostò, questa volta con decisione. «Sto bene.»

«Dici?» Lo guardò, ora, con un certo divertimento. «Prova a camminare, allora.»

«Non sono tenuto…»

«Prova.» Pigramente fece un gesto con la mano. «Voglio vedere.»

Etienne stava arrossendo troppo. Il sangue tra le gote, poi, non faceva altro che defluirgli in testa.

«Vedi?» L’uomo assunse quasi un tono cattedratico, riafferrandolo, quando minacciò di barcollare, e strappando un pezzo del proprio mantello. Glielo avvolse intorno alla nuca. «Questo per tamponare prima che ti venga un’emorragia.»

«Una che?»

«È un termine medico, lascia perdere, i cerusici se ne riempivano la bocca in campo neanche fosse una damigiana di buon Chateau.»

Etienne forse aveva battuto la testa più forte di quanto pensava. «In campo? Chateau?»

«Non delirarmi qui davanti. Vediamo un po’ dove… ehi, gatto, renditi utile, dove si trova una locanda decente da queste parti dove far riposare il signorino?»

Locanda? Ma lui doveva tornare a casa.

«Io devo» gli si aggrappò al braccio, «devo andare…»

«Ti ci riporto, non ti preoccupare, ti riporto a casa, ma prima bisogna farti smettere di sanguinare e poi direi che un pasto non ci sta tanto male. Immagino che tu ti sia preso un grosso spavento.»

«Siete molto gentile, ma…»

«Bene, è deciso. Troviamo una locanda.»

«Non so… non so come vi chiamate.»

«Andres, ti basti questo al momento.»

Non Andrè, era una pronuncia diversa.

«È un nome… ma siete straniero?»

«A metà. Tu invece saresti Hyacinthe, vero? Così ti chiamano?»

Etienne, che aveva appena riacquistato un poco di equilibrio, rischiò di cadere per terra a sentire quel nome. «Come fate a saperlo?»

«Me lo ha detto qualcuno. Ora che ci penso.» Aggrottò la fronte. «Forse era proprio quel ragazzo.»

«Ma voi, ma io… io vi ho già visto!» Ad un tratto, ricordò. Il gatto, il carretto, Maxime con gli altri che lo inseguivano, la strada affollata, la carrozza, il nobile inalberato.

Il nobile.

«Oh, mio Dio» fu tutto quello che gli sfuggì in uno squittio. «Voi siete… siete…»

«Sì, ci siamo già incontrati. Ah, le coincidenze della vita. Quel gatto avrebbe dato del filo da torcere a mia madre e al suo senso di fatalità.» Sorrise ancora, più affilato. «Posso sapere di grazia il tuo vero nome?»

«Etienne» sussurrò lui, imbarazzato e del tutto spaesato. «Io non… non ricordavo… voi siete un nobile, perdonate il disturbo, non dovete…»

Ma quello non lo ascoltava. «Etienne» se lo rigirò tra le labbra come soprappensiero. «Sì, carino però preferisco Hyacinthe, sai? Hyacinthe suona meglio.»

Dio, erano tutti fissati con quel nome. Avrebbe dovuto ammazzare Jussac, un giorno o l’altro.

«Hyacinthe mi fa venire in mente una cosa…»

«Cosa?» chiese, un po’ spaventato dal suo tono.

«Oh» fece uno strano sorriso. «Te lo dirò, non qui, però, non adesso. Gatto? Dov’è quel… ah, eccolo. Facci strada, avanti. Io odio i gatti, ma questo mi sembra intelligente. Portaci en París, come si dice in spagnolo: nel cuore di Parigi e nel cuore della notte.»

«Ma siamo a Parigi.»

«Ragazzo, non rovinarmi il senso poetico della frase. Sto parlando di un’altra Parigi, non questa fogna. E della notte, quella vera.»

 

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